Il Cardellino, Donna Tartt

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Descrizione: Theo Decker sopravvive, appena tredicenne, all’attentato terroristico che in un istante manda in pezzi la sua vita. Solo, a New York, viene accolto dalla ricca famiglia di un compagno di scuola. Ma nella nuova casa di Park Avenue si sente a disagio, e la nostalgia per la madre lo tormenta. L’unica cosa che riesce a consolarlo è un piccolo quadro dal fascino singolare. Da lì, il suo futuro diventa una rocambolesca girandola di salotti chic, amori e criminalità, in balìa di una pulsione autodistruttiva impossibile da controllare.

La mia recensione:

Inizio col dire che questo libro mi ha lasciato una sensazione sia di vuoto che di appagamento, il che mi succede raramente, solo con libri che lasciano un segno profondo. Forse un po’ è anche merito della mole del libro (esagerata per molti, ma non per me), perché essere immersi per così tante pagine in una storia ti fa inevitabilmente affezionare a personaggi, luoghi e persino oggetti.

Ma andiamo per ordine, perché sto già iniziando a divagare e vorrei scrivere qualcosa di almeno vagamente sensato.
Perché questo libro mi è piaciuto tanto: perché se mescoli una storia interessante (nel senso più puro della parola) a uno stile narrativo impeccabile quello che ne esce fuori è per forza un capolavoro.
Avevo già avuto modo di constatare l’abilità della Tartt con Dio di Illusioni, e questo libro non fa che darmene un’ulteriore conferma: la cosa che più mi piace è il suo modo di esplorare gli animi dei personaggi, sviscerandone tutte le sfaccettature caratteriali e portando alla luce gli aspetti migliori e peggiori; mi piace che nelle sue storie non ci sia mai completamente buio o luce, ma sempre una combinazione delle due; infine mi piace il suo modo di scrivere, ricco e al contempo scorrevole, mai piatto o banale, una vera gioia per gli occhi.

Il Cardellino racconta la vita di Theo Decker dai suoi quattordici anni fino all’età adulta. [La storia inizia nel momento che segna inequivocabilmente l’esistenza di Theo: l’attentato al museo. La madre di Theo (unico suo punto di riferimento poiché il padre li ha abbandonati) muore, mentre lui sopravvive. Nella stessa circostanza, nel tentativo di portarlo via dall’inferno, di “salvarlo”, Theo entra in possesso di un famoso quadro esposto al museo: Il Cardellino, opera del pittore olandese Carel Fabritius.
Da questo momento in poi la vita di Theo è segnata dalla solitudine, una solitudine e un senso di estraneità costanti che segneranno definitivamente il suo carattere.
Theo vivrà per un breve periodo dai Barbour, prestigiosa famiglia del suo amico d’infanzia Andy, ma proprio quando inizia ad abituarsi a quel posto, il padre torna a prenderlo e lo porta a Las Vegas con sé e la sua compagna Xandra.

Il padre di Theo è ben lontano dall’essere un bravo genitore: è un giocatore d’azzardo, è dipendente da tranquillanti e calmanti, è incostante e non dimostra alcun segno di affetto verso il figlio. Né lui né Xandra si preoccupano di Theo, che vive solo in una casa vuota per gran parte del tempo e abbandonato a sé stesso, almeno fino all’incontro con Boris.

Theo a un certo punto dice: “Prima di Boris avevo sopportato la solitudine in modo abbastanza stoico, senza rendermi conto di quando fosse assoluta. E credo che se uno solo di noi due avesse avuto una famiglia quasi normale [..] non saremmo diventati così inseparabili”.

E in effetti Theo e Boris sviluppano una sorta di legame simbiotico che permette loro di sopravvivere in un modo o nell’altro, tra furti, droghe e quotidiane sbronze, una tendenza agli eccessi che entrambi si porteranno dietro negli anni.
Indubbiamente, Boris è l’altro grande protagonista della storia. Per molti versi sembra il negativo fotografico di Theo: sebbene siano molto simili, Boris ha un atteggiamento opposto rispetto alla vita. Theo si preoccupa di nascondere chi è davvero, cerca di conformarsi e di avere un’esistenza “normale” (lavoro onesto, relazione stabile, ecc) quando in realtà si sente soffocare dalla sua stessa esistenza, mentre Boris è noncurante, vive come vuole, senza curarsi troppo della moralità delle sue azioni, è uno che ama la vita e a cui piace godersela.
Dopo la morte del padre, Theo scappa da Las Vegas per tornare a New York, ma poiché non ha un posto dove andare cerca rifugio dall’unica persona di cui si fida: Hobart, il vecchio antiquario conosciuto anni prima in una circostanza sempre legata all’attentato del museo. Hobie accoglie Theo a casa sua e gli permette di vivere lì, e Theo si appassionerà al suo mestiere, l’antiquariato, e lo aiuterà a mettere in sesto il vecchio negozio. Negli anni Theo è diventato una persona rispettabile, ma è ancora dipendente dalle droghe, che gli rendono più sopportabile l’esistenza e lo aiutano ad andare avanti. Il quadro è sempre con lui, nascosto in un posto sicuro: nonostante gli procuri un sacco di apprensioni, per Theo rappresenta quasi un’ancora di salvezza, una certezza, una luce in una vita di oscurità. Ma Boris ricompare all’improvviso diversi anni dopo e Theo scopre solo allora che il suo amato quadro in realtà è stato rubato ed è in giro per l’Europa.
L’ultima parte della storia consiste in un travagliato e avventuroso viaggio ad Amsterdam insieme a Boris per tentare di ritrovare il quadro, e in qualche modo riescono a portare a termine la missione con successo.

Il Cardellino è una storia di una bellezza terribile, con una sorta di fascino quasi oscuro.
E’ una storia di solitudine e di profonda sofferenza, a tratti è un volo in caduta libera verso il baratro, dove gli appigli a cui aggrapparsi, sebbene ci siano, sono davvero pochi.
Bellissima la varietà di personaggi. Theo: autodistruttivo, negativo ma al contempo molto complesso, è un protagonista che mi è piaciuto moltissimo. Non chiedetemi perché, ma ho adorato Boris.
Due parole sul quadro “Il cardellino”: non sapevo neanche della sua esistenza prima di leggere il libro, ma sono contenta di averlo conosciuto così approfonditamente, nei minimi dettagli. Non capisco molto di arte, quasi niente ad essere sincera, ma quest’opera è davvero singolare. In questi giorni mi è capitato di guardarla spesso e trovo sia un’immagine che riflette alla perfezione il libro: solitudine, prigionia, tristezza, maestosità. Incredibile, la forza comunicativa dell’arte.

Credo che Il Cardellino non sia una lettura che fa per tutti o che tutti riescono ad apprezzare, ma se vi sentite pronti ad affrontarla vi assicuro che ne vale davvero la pena.

Dopo questo lungo sproloquio, vi lascio con una citazione che è diventata uno dei miei passi preferiti in assoluto della letteratura, tanto che molto spesso apro il libro soltanto per andarla a rileggere (tanto che ricordo a memoria persino il numero di pagina dove trovarla):

“Il cuore non si sceglie. Non possiamo obbligarci a desiderare ciò che è bene per noi o per gli altri. Non siamo noi a determinare il tipo di persone che siamo. Come fai a sapere cosa è giusto per te? Ogni psicologo, ogni consulente del lavoro, ogni principessa Disney conosce la risposta: “Su te stesso”. “Segui il tuo cuore”. Ma ecco ciò che vorrei davvero che qualcuno mi spiegasse.  Cosa succede se ti ritrovi con un cuore inaffidabile? Se questo cuore, per ragioni imperscrutabili, ti porta ostinatamente, avvolto in una nube di indicibile fulgore, lontano da tutto ciò che è sano, dal conforto dei piaceri domestici, dal senso civico e dai legami sociali e da tutte quelle che vengono comunemente considerate virtù per trascinarti invece verso uno stupendo falò di rovina, immolazione e disastro? Se il tuo io più profondo ti conduce cantando dritto verso il fuoco, devi voltargli le spalle? Tapparti le orecchie con la cera? Ignorare il perverso splendore che il cuore ti grida contro? Metterti sulla strada che ti porterà alla normalità, orari ragionevoli e regolari controlli medici, relazioni stabili e promozioni sicure, il “New York Times” e il brunch della domenica, il tutto con la promessa di diventare una persona migliore? O è meglio tuffarsi di testa e con una risata nel sacro fuoco che chiama il tuo nome?”

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