Il nome della rosa, Umberto Eco

595824Ultima settimana del novembre 1327. Il novizio Adso da Melk accompagna in un’abbazia dell’alta Italia frate Guglielmo da Baskerville, incaricato di una sottile e imprecisa missione diplomatica. Ex inquisitore, amico di Guglielmo di Occam e di Marsilio da Padova, frate Guglielmo si trova a dover dipanare una serie di misteriosi delitti (sette in sette giorni, perpetrati nel chiuso della cinta abbaziale) che insanguinano una biblioteca labirintica e inaccessibile. Per risolvere il caso, Guglielmo dovrà decifrare indizi di ogni genere, dal comportamento dei santi a quello degli eretici, dalle scritture negromantiche al linguaggio delle erbe, da manoscritti in lingue ignote alle mosse diplomatiche degli uomini di potere. La soluzione arriverà, forse troppo tardi, in termini di giorni, forse troppo presto, in termini di secoli.

La mia recensione:

Inizio col dire che alcune parti di questo romanzo mi hanno annoiata terribilmente, quelle liste infinite di nomi, quelle digressioni filosofiche senza fine, quelle descrizioni che metà delle parole non conoscevo neanche il significato (e credetemi sulla mia ignoranza, erano anni che non incontravo in un libro termini di cui non conoscevo il significato).
La domanda è: ci si può annoiare leggendo un libro e trovarlo comunque fantastico?
Perché è quello che mi è successo con quest’opera.
E non lo dico per “paraculismo” intellettuale, ho già detto che sono troppo poco colta per leggere un libro del genere senza annoiarmi, ma nonostante la noia questo romanzo mi ha stregata.
Per impegni personali, ho impiegato una vita a leggere la prima metà, ma ho divorato la seconda nel giro di un paio di giorni.
Il modo di scrivere di Eco, nonostante la “pesantezza” di alcuni argomenti trattati, scorre meravigliosamente, e sotto la coltre di paroloni c’è una trama intrigante e misteriosa, che come ogni buon thriller porta il lettore a voler scoprire il “cosa succede dopo”, anche se questo “dopo” Eco ce lo fa sudare.
Ma la cosa che mi ha affascinata più di tutte è l’elemento attorno al quale ruota tutta la trama, il Labirinto.
Ho amato la parte in cui Guglielmo e Adso ricostruiscono la pianta dell’Edificio guardandolo dall’esterno, e quando mi sono ritrovata davanti il disegno della mappa, sono rimasta per un bel pezzo ad ammirarla, per riuscire a capirne anche io tutti i segreti.
A dirla tutta, penso che qualsiasi amante dei libri non possa fare a meno di restare ammaliato da una storia che ruota intorno a una biblioteca inaccessibile, custodita da persone disposte a uccidere pur di difendere il sapere che contiene (difendere da chi o da cosa è tutto dire, ma non importa).
(view spoiler)
Questo libro ha dietro un lavoro immane e si vede, la genialità e la cultura di Eco qui sono innegabili, messe in bellissima mostra in queste pagine dove storia, filosofia, religione e mistero si intrecciano in modo impeccabile.
Tra i personaggi, ho apprezzato particolarmente Guglielmo per la sua arguzia e la sua ironia che spesso mi ha fatto sorridere.

“Sì, c’è una lussuria del dolore, come c’è una lussuria dell’adorazione e persino una lussuria dell’umiltà. Se bastò così poco agli angeli ribelli per mutare il loro ardore d’adorazione e umiltà in ardore di superbia e di rivolta, cosa dire di un essere umano? Ecco, ora lo sai, fu questo pensiero che mi colse nel corso delle mie inquisizioni. E fu per questo che rinunciai a quella attività. Mi mancò il coraggio di inquisire sulle debolezze dei malvagi, perché scoprii che sono le stesse debolezze dei santi.”

Prima di chiudere, devo per forza fare un acce”Sì, c’è una lussuria del dolore, come c’è una lussuria dell’adorazione e persino una lussuria dell’umiltà. Se bastò così poco agli angeli ribelli per mutare il loro ardore d’adorazione e umiltà in ardore di superbia e di rivolta, cosa dire di un essere umano? Ecco, ora lo sai, fu questo pensiero che mi colse nel corso delle mie inquisizioni. E fu per questo che rinunciai a quella attività. Mi mancò il coraggio di inquisire sulle debolezze dei malvagi, perché scoprii che sono le stesse debolezze dei santi.”nno alle Postille a Il nome della rosa, perché tra quelle pagine ho trovato un piccolo tesoro, una lezione di scrittura per la quale (scrittrice in fasce che sono) sono infinitamente grata al professore Umberto Eco.
Non so se un giorno rileggerò il libro, ma sono certa che tornerò spesso su quelle pagine finali.

“Un grande romanzo è quello in cui l’autore sa sempre a che punto accelerare, frenare e come dosare questi colpi di pedale nel quadro di un ritmo di fondo che rimane costante. […] C’è un pensiero compositivo che pensa anche attraverso il ritmo delle dita che battono sulla tastiera.”

 

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