Non lasciarmi, Kazuo Ishiguro

7881201Kathy, Ruth e Tommy sono cresciuti in un collegio immerso nella campagna della provincia inglese. Sono stati educati amorevolmente, protetti dal mondo esterno e convinti di essere speciali. Ma qual è, di fatto, il motivo per cui sono lì? E cosa li aspetta oltre il muro del collegio?
Solo molti anni più tardi, Kathy, ora una donna di trentun anni, si permette di cedere agli appelli della memoria. Quello che segue è la perturbante storia di come Kathy, Ruth e Tommy si avvicinino a poco a poco alla verità della loro infanzia apparentemente felice, e al futuro cui sono destinati.

 

La mia recensione (warning: sono presenti spoiler):

“Continuo a pensare a un fiume da qualche parte là fuori, con l’acqua che scorre velocissima. E quelle due persone nell’acqua, che cercano di tenersi strette, più che possono, ma alla fine devono desistere. La corrente è troppo forte. Devono mollare, separarsi. È la stessa cosa per noi. È un peccato, Kath, perché ci siamo amati per tutta la vita… Ma alla fine non possiamo rimanere insieme per sempre”. 

Sin dalle prime pagine, la lettura di questo libro è stata accompagnata da un vago senso di oppressione e di malinconia, anche se la causa di queste sensazioni si scopre soltanto a lettura inoltrata.
La voce narrante, una donna di trentun’anni di nome Kathy, ci introduce senza preamboli nella sua vita e nel suo mondo, poi inizia a raccontarci del suo passato, soprattutto del periodo dalla sua infanzia alla fine della sua adolescenza, trascorso in una sorta di college situato nella campagna irlandese.
Il luogo si chiama Hailsham e insieme a Kathy ci sono molti altri ragazzi: sono cresciuti lì, hanno sempre vissuto lì e non hanno mai lasciato quel posto.
A “vegliare” su di loro ci sono dei tutori, insegnanti di arte, di musica, di letteratura, di geografica, ma non solo: oltre che insegnanti, i tutori sono delle vere e proprie guide per Kathy e i suoi compagni, e oltre a insegnare loro le materie tradizionali, essi devono anche prepararli ad affrontare ciò che li aspetta in futuro.
E’ da subito netta la consapevolezza che in Kathy e negli altri ci sia qualcosa di diverso, che c’è un motivo se vivono isolati dal resto del mondo, se “Madame” sembra aver paura di loro, se sanno sin da piccoli che la loro vita non sarà mai come quella di tutti gli altri.
Il motivo si scoprirà solo a metà del libro (io purtroppo avevo già letto in giro delle recensioni e mi ero ahimè “spoilerata” qualcosa, altrimenti credo che sarei rimasta davvero sorpresa) ed è che Kathy, Tommy, Ruth e tutti gli altri ragazzi di Hailsham sono dei cloni, creati all’unico scopo di venire usati come “pezzi di ricambio” per curare le malattie degli umani.
Il problema è che, nonostante questi ragazzi siano dei cloni, e che non siano considerati umani dalla società, essi in realtà sono in tutto e per tutto identici agli umani. I loro comportamenti, le loro emozioni, sono le stesse che hanno tutti gli altri adolescenti. L’unica differenza, quella sostanziale, è la loro origine.
Sin dalla loro infanzia su di essi sembra incombere un’ombra oscura e indefinita: i tutori iniziano a spiegare loro la vera natura della loro esistenza da quando sono dei bambini, ma credo che fino a una certa età essi non si rendano conto pienamente di ciò che sono, per quale scopo sono stati creati e a cosa sono destinati.
Pur non avendo mai vissuto nel mondo “reale”, i ragazzi ne hanno conoscenza attraverso i libri e i media: sanno cos’è la normalità, come vivono le persone fuori da Hailsham.
La cosa forse più triste è che essi in fondo vorrebbero poter scegliere cosa fare in futuro, come vivere la propria vita, ma la consapevolezza di avere la strada già segnata li porta a reprimere in partenza qualunque sogno e speranza, qualunque prospettiva di qualcosa di migliore.
C’è una frase in particolare che mi è rimasta impressa:

“Stavamo leggendo una poesia, ma per qualche motivo l’interesse si era spostato sui soldati che erano stati fatti prigionieri durante la seconda guerra mondiale. Uno dei ragazzi aveva chiesto se la recinzione intorno ai campi fosse percorsa da una scarica elettrica, e qualcun altro aveva osservato che doveva essere ben strano vivere in un posto come quello, dove ci si poteva suicidare in qualunque momento solo sfiorando una rete”.

In questa frase ho colto un vago parallelismo tra la condizione dei prigionieri dei campi di concentramento e quella dei cloni. Niente più speranza, niente futuro: che senso ha allora impegnarsi nella cultura, nell’educazione, che senso ha impegnarsi a vivere se non ci sono né aspirazioni né obiettivi da raggiungere e se tutto è già stato stabilito, se i cloni non sono padroni neanche delle loro vite?
La generale atmosfera di rassegnazione è ciò che mi ha colpito di più. I cloni non sembrano avere alcuna intenzione di opporsi al loro destino: l’unica piccola scintilla di speranza è la voce che circola sui “rinvii”, ma una volta che si rivela infondata non ci sarà più alcuna via d’uscita alla loro situazione.
Ma la cosa davvero inquietante è che tutto viene permesso nell’indifferenza quasi generale, a parte qualche battaglia che è stata fatta in passato ma che non ha avuto alcun risultato.
Ho sentito un po’ la mancanza della voglia di un cambiamento da parte dei cloni, della ribellione, delle lotte per la libertà che ho riscontrato in altri distopici, ma credo che se ci fosse stata sarebbe venuta a mancare quell’atmosfera di agrodolce malinconia che si è venuta a creare nella parte finale del libro.

“Mentre ti osservavo ballare quel giorno, ho visto qualcos’altro. Ho visto un nuovo mondo che si avvicinava a grandi passi. Più scientifico, più efficiente, certo. Più cure per le vecchie malattie. Splendido. E tuttavia un mondo duro, crudele. Ho visto una ragazzina, con gli occhi chiusi, stringere al petto il vecchio mondo gentile, quello che nel suo cuore sapeva non sarebbe durato per sempre, e lei lo teneva fra le braccia e implorava, che non la abbandonasse. Ecco ciò che ho visto. Non eri veramente tu, non era quello che stavi facendo, lo so. Ma ti ho vista e ho sentito il cuore spezzarsi. E non l’ho mai dimenticato”.

E’ come se Ishiguro avesse voluto dimostrare che anche se il destino dei cloni fosse già segnato, essi hanno comunque avuto la possibilità di vivere una parte della loro vita se non propriamente in modo felice, almeno in modo sereno, e che alla fine hanno persino collezionato molti bei ricordi che porteranno con loro fino alla fine.
La caratterizzazione dei personaggi mi ha colpito molto. Tommy è un personaggio eccezionale, dal cuore grande ma indifeso rispetto a tutto ciò che gli accade intorno. Ruth è stata odiosa per la maggior parte del libro. Ancora non credo di capire appieno la sua incostanza, la sua cattiveria, la sua voglia di prevalere sugli altri. È terrificante, e non ho mai capito l’affetto disinteressato e la lealtà che Kathy nutre nei suoi confronti. Non so se il gesto che compie alla fine per ottenere il perdono di Kathy serva in qualche modo a compensare tutto ciò che ha fatto in passato, perché ha rubato a Kathy e a Tommy l’unica cosa che essi, ma anche gli umani, non potranno mai riavere indietro: il tempo.

“Così quella sensazione mi afferrò di nuovo, sebbene cercassi di allontanarla: la sensazione che fosse ormai troppo tardi; che c’era stato un tempo in cui tutto avrebbe avuto un senso, ma che avevamo perso l’occasione, e che ci fosse qualcosa di ridicolo, di riprovevole addirittura, nel modo in cui stavamo pensando e pianificando il futuro.”

L’unico personaggio sul quale non ho un’opinione è proprio Kathy: ha passato tutta la sua adolescenza a fare ciò che volevano gli altri, si è fatta schiacciare dalle decisioni altrui e ha dimostrato di avere poco carattere. A parte rari momenti, mi ha lasciata piuttosto indifferente.

Un bel libro, anche se terribilmente amaro e malinconico.

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