La lingua perduta delle gru, David Leavitt

Finalmente, dopo diverse settimane di assenza forzata, eccomi qui con una nuova recensione.
Il libro di cui vi parlo oggi, come avevo già anticipato in un precedente articolo, è La lingua perduta delle gru di David Leavitt, primo romanzo dello scrittore statunitense pubblicato nel 1986 (e che immagino a quei tempi abbia fatto un bel po’ di scalpore).

coverDescrizione: “I miei genitori sono gente aperta. Non resteranno annientati dalla notizia” pensa Philip Benjamin, il protagonista di questo romanzo nel momento in cui, a venticinque anni, si appresta a rivelare alla famiglia la propria omosessualità. Eppure per Rose e Owen, piccoli intellettuali nella sfavillante New York degli anni Ottanta, la scoperta delle inclinazioni amorose del figlio apre una crepa dapprima sottile, poi sempre più profonda e insanabile, nel delicato equilibrio affettivo familiare, costringendoli a fare i conti con la propria più intima natura, le proprie scelte, le proprie responsabilità.Ma in questo paesaggio familiare desolato, in questo sfacelo di relazioni personali, Philip, e non solo lui, saprà individuare la strada per la costruzione di una vita sentimentale flessibile, realistica, libera, ma saldamente ancorata all’autenticità e alla sincerità.

Visto che ancora non so bene come valutare questo libro, ho deciso di fare una recensione un po’ diversa dal solito. Iniziamo.

Perché ho deciso di leggere questo libro: soprattutto per via della trama, che mi ha intrigato sin da quando l’ho scoperto. Poi per via di questo titolo un po’ misterioso, che ha suscitato la mia curiosità.

Cosa mi è piaciuto di questo libro.
1.La scrittura di Leavitt: fluente ma elaborata, proprio come piace a me. Alcuni passaggi, poi, sono pura poesia.

2.Il modo in cui Leavitt sviluppa l’evoluzione della famiglia Benjamin. Inizialmente i Benjamin ci vengono presentati come una normalissima famiglia newyorkese di fine anni 80: un marito, una moglie e un figlio, benestanti seppure non ricchi, il loro unico grosso problema sembra essere quello di decidere se acquistare l’appartamento in cui vivono da vent’anni in affitto oppure trasferirsi in un’altra casa. Man mano che la storia procede, però, è chiaro che l’apparente normalità di questa famiglia nasconde in realtà molti segreti: il matrimonio stesso di Rose e Owen, infatti, è costruito su una bugia poiché Owen è segretamente omosessuale e Rose, seppure finga di esserne all’oscuro, ne è da sempre consapevole. A rompere il fragile equilibrio di finzioni e sentimenti repressi dei genitori è proprio il figlio venticinquenne della coppia, Philip, che dichiarando ai genitori la propria omosessualità apre la strada ad autorecriminazioni, a confessioni per troppo tempo rimandate, ma anche e soprattutto a una nuova consapevolezza dell’amore e di come viverlo.

3.Il personaggio di Jerene, indubbiamente il personaggio che ho preferito. Impossibile non provare simpatia per questa donna, per il coraggio che ha avuto dichiarando la propria omosessualità ai genitori, per il modo brutale in cui essi l’hanno ripudiata. Molto commovente la sua storia, è stata quella che mi è piaciuta di più tra tutte.

Cosa non mi è piaciuto di questo libro: forse è una mia impressione, ma il fatto che padre e figlio siano entrambi omosessuali mi è sembrata un po’ una forzatura. La storia in sé mi è piaciuta abbastanza: bello il contrasto tra la delicatezza di alcuni momenti (come l’innamoramento di Philip per Eliot, la delusione amorosa che gli spezza il cuore e la nascita di un nuovo amore) e la durezza di altri (come la lotta di Owen contro i suoi stessi istinti e il proprio essere); emotivamente, però, non mi ha coinvolto quanto speravo.

I momenti chiave della storia:
Sicuramente il primo momento è l’incontro casuale per strada di Owen e Rose, che fa prendere a entrambi consapevolezza che sebbene il loro matrimonio duri da più di vent’anni, essi in realtà non si conoscono affatto e sono intimamente estranei l’uno all’altro.
Il secondo momento è quello in cui Philip confessa la propria omosessualità ai genitori, provocando nel padre una presa di coscienza della propria condizione e del proprio essere e la consapevolezza di non essere più in grado di nascondere i suoi veri sentimenti.
Il terzo momento chiave è la cena a casa dei Benjamin, alla quale Owen ha invitato un giovane professore di inglese della sua scuola dal quale è segretamente attratto. Nel momento in cui Rose osserva, quasi autoescludendosi dalla scena, sia il marito che il figlio gravitare intorno al professore, attratti dal fascino del giovane uomo, prende piena coscienza dell’omosessualità del marito e capisce che tutti gli anni di matrimonio sono stati una sorta di inganno. La cosa più triste, però, è che nonostante questo Rose sarebbe disposta a restare insieme al marito pur di non cambiare drasticamente la vita che ha condotto fino a quel momento.

La frase rappresentativa del libro:
E’ contenuta nel capitolo più breve del libro, costituito di sole tre pagine, che funge quasi da inframmezzo tra una prima e una seconda parte e che contiene la spiegazione al titolo emblematico del romanzo.

“Come dovevano essere parse meravigliose e grandiose quelle gru a Michel, in confronto alle piccole e goffe creature che lo circondavano. Perché, Jerene ne era convinta, ciascuno, a modo suo, trova ciò che deve amare, e lo ama; la finestra diventa uno specchio; qualunque sia la cosa che amiamo, è quello che noi siamo.”

 

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