Gli ultimi giorni dei nostri padri, Joël Dicker

Buon martedì gente!

Oggi vi lascio il mio pensiero sulla mia ultima lettura, Gli ultimi giorni dei nostri padri di Joël Dicker, uno scrittore che avevo già avuto modo di conoscere con il celebre caso editoriale di qualche anno fa La verità sul caso Harry Quebert.

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“I demoni sarebbero tornati, lo sapevano. Perché gli uomini dimenticano facilmente. Per ricordare, avrebbero innalzato monumenti e statue: avrebbero affidato la propria memoria a mille pietre. Le pietre non dimenticano mai, ma nessuno le ascolta. Sì, i demoni sarebbero tornati. Ma, da qualche parte, sarebbero sempre rimasti degli Uomini.”

Gli ultimi giorni dei nostri padri è il romanzo d’esordio dello scrittore, pubblicato nel 2012. Si tratta di un romanzo storico, ambientato in piena Seconda Guerra Mondiale tra Francia e Inghilterra: protagonisti, un gruppo di ragazzi che viene reclutato e addestrato per entrare a far parte del SOE (Special Operations Executive), un’organizzazione dei servizi segreti britannici che durante la guerra si occupava di infiltrare agenti in territorio nemico (in questo caso, nella Francia occupata dai Nazisti) allo scopo di raccogliere informazioni, organizzare attentati e coordinare i gruppi della Resistenza.

Nel corso del libro seguiamo tutte le tappe dell’addestramento di questi ragazzi (giovani, meno giovani e giovanissimi), sottoposti a prove durissime per essere preparati al meglio a ciò che dovranno affrontare una volta che si troveranno sul campo.

Naturalmente, solo in pochi riescono ad arrivare fino in fondo all’addestramento e a diventare agenti, ma tra quelli che ci riescono si crea gradualmente un legame molto forte, tanto che a un certo punto arrivano a sentirsi quasi una grande famiglia: c’è Pal, il figlio che si sente in colpa per aver abbandonato suo padre da solo a Parigi per andare a combattere; c’è la bella e coraggiosa Laura, che rinuncia a una vita di agi e di ricchezze per la guerra; c’è Gros, il gigante buono che ha paura di morire senza essere amato da una donna; Claude, il giovane aspirante prete al quale la guerra fa perdere un po’ della sua incrollabile fede; Faron, l’antipatico e borioso Faron che alla fine si rivelerà capace di un gesto nobilissimo; e ancora Key, Stanislas, Doff.

Ognuno di loro, in un modo o nell’altro, si vedrà costretto a fare i conti con la guerra, una guerra che imperversa ovunque e che si porta via persone, convinzioni, innocenza, bellezza e umanità.

Perché, in fondo, la guerra è guerra: perché quando sei costretto a fare i conti con la brutalità e la morte non può esistere sensibilità; perché quando hai di fronte un muro d’odio, per sopravvivere, devi replicare con dell’altro odio; perché persino il più coraggioso e il migliore degli uomini ha i propri punti deboli e le proprie paure, e la guerra tende a tirare fuori tutto il peggio di sé.

“Le torture sono solo torture: fanno male – un po’, molto – ma poi il dolore scompare. E lo stesso con la morte: la morte è soltanto la morte. Ma vivere da Uomo in mezzo agli uomini, invece, era una sfida quotidiana.”

La lettura di questo libro è stata piacevole, l’idea dell’opera in sé è molto accattivante, soprattutto per me che amo il genere (romanzo storico, guerra, servizi segreti, ecc) ma devo dire che non mi ha convinto fino in fondo.

Il mio problema principale, in realtà, che avevo già riscontrato con “Il caso Harry Quebert”, è proprio Joël Dicker: Dicker è uno di quegli scrittori che si crogiola nell’autocompiacimento, un narciso della penna che fa tanti bei discorsi (il più delle volte banali, o inutili) per il semplice gusto di dimostrare che sì, lui sa scrivere bene.

Ora, ci può stare il fatto che uno scrittore decida di dare più importanza alla forma a scapito della trama o della caratterizzazione dei personaggi, ma per far ciò devi avere una Forma (con la F maiuscola, come la U di Uomini nel romanzo) a dir poco sublime, che Dicker, per quanto si sforzi, purtroppo secondo me non ha.

Per farvi un esempio, leggerei 900 pagine sul nulla se scritte dalla Tartt, che trasforma in oro qualunque pagina tocchi con la sua penna, ma Dicker non è a quei livelli. Naturalmente questo secondo il mio personalissimo parere, ma de gustibus.

Io avrei preferito avere qualche dettaglio tecnico in più sulle operazioni del SOE, un po’ più d’azione, qualcosa di un po’ diverso, insomma.

Tutto sommato un libro carino, ma non di quelli che consiglierei a un amico.

“Che si apra davanti a me il sentiero delle lacrime,
Perché io adesso sono l’artefice della mia anima.
Non temo né le bestie né gli uomini,
Né l’inverno né i venti.
Nel giorno in cui parto verso le foreste dell’ombra,
dell’odio e della paura,
Chiedo perdono per i miei errori e per il mio errare,
Io che sono soltanto un piccolo viaggiatore,
Che sono soltanto polvere di vento, polvere di tempo.
Ho paura.
Ho paura.
Noi siamo gli ultimi Uomini, e i nostri cuori,
allo spasimo, batteranno ancora per poco”

 

 

 

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7 thoughts on “Gli ultimi giorni dei nostri padri, Joël Dicker

  1. Grazie alla tua visita ho scoperto un bel blog sui libri che mi mancava… 🙂 Condivido la tua analisi su Dicker. Non ho letto il libro che hai recensito qui ma il più noto “caso Harry Quebert”. Non posso dire che non mi sia piaciuto ma l’ho trovato in effetti un pò ridondante, come se l’autore avesse voluto aggiungere un esercizio stilistico ad una trama che poteva essere forse anche più concisa senza nulla perdere in efficacia… Un saluto e a presto!

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    1. Grazie a te per aver ricambiato la visita! Il mio blog è piccolino e senza pretese, ma mi piace condividere il mio pensiero sui libri che leggo e scambiare qualche opinione con gli altri 🙂 Hai proprio ragione, i libri di Dicker sono piacevoli ma danno sempre l’impressione che qualche pagina (o parecchie?) si sarebbe tranquillamente potuta risparmiare 😉 A presto!

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    1. E pensa che in “La verità sul caso Harry Quebert” secondo me c’è un netto miglioramento stilistico rispetto a questo… A me è piaciuto molto di più, sia a livello di forma che a livello di trama. Questo invece è abbastanza deludente, anche perché aveva buone potenzialità…

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