Elle Caruso, Il dizionario delle emozioni

E’ ormai passato più di un mese, e più e più volte ho aperto la bozza di questo post per cercare le parole giuste da scrivere, ma questo compito per me è sempre stato difficile.

“Hai scritto tu il libro, hai scritto un intero libro, cosa vuoi che ti costi parlarne agli altri, spiegarlo, spenderci su qualche parola?” mi dicono.

E hanno ragione, almeno in teoria.

Nella pratica invece funziona che parlare delle mie opere e in generale di ciò che scrivo mi mette sempre un po’ in crisi, perché non so mai da dove iniziare, quanto spiegare, come spiegare.
Per dirla con il verso di una canzone di un bravissimo cantautore mio conterraneo:
“Come spiegare che quello che provi si imprime sui fogli e si spiega da sé?”

E ha ragione anche Eman, sempre in teoria.
Nella pratica invece funziona che qualcosa su questo romanzo sento il dovere di dirvela comunque.

L’idea di scrivere Il dizionario delle emozioni è nata un paio di anni fa, mentre ancora stavo ultimando la stesura di Emerald Gloom.

Un’idea, soltanto un’idea molto vaga e approssimativa di due potenziali personaggi, di un loro incontro, di uno scontro delle loro esistenze.
Ho scritto un prologo, poi l’idea è rimasta a prendere polvere per diverso tempo, presa com’ero da altri progetti.
Nell’ultimo anno io e questa storia abbiamo avuto un po’ di tira e molla, ogni tanto mi veniva voglia di riprenderla: tornavo, scrivevo qualche pagina, la abbandonavo nuovamente per mancanza di ispirazione.
Una relazione parecchio complicata, insomma.
Avevo feeling con i personaggi, mi piacevano entrambi: amavo le fragilità di Rose e il senso di smarrimento di Eric, vedevo l’incontro delle loro vite come una miscela potenzialmente perfetta, eppure avevo difficoltà a creare un contesto intorno a loro, a delineare una trama avvincente e coinvolgente.

La mia situazione agli inizi di giugno: una cinquantina di pagine scritte, panico, angoscia, blocco dello scrittore, ispirazione ridotta a zero.
Un periodo del cazzo, per dirla in breve.

Poi è arrivata la svolta. All’improvviso ho deciso di voler finire questa storia, così mi sono messa a scrivere e non mi sono più fermata finché non ho siglato il tutto con la parola “fine”.

Due mesi. Due mesi di lavoro ininterrotto, di nottate in bianco, di decimi di vista persi, di decine di fogli bianchi riempiti d’inchiostro.
Il meraviglioso, logorante, esaltante processo della creazione di un’opera, una soddisfazione che nessun’altra cosa al mondo mi ha mai dato.

Ed è così che è nato Il dizionario delle emozioni, il mio terzo romanzo.

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Un’opera di narrativa contemporanea, dalle sfumature romance, ambientata interamente a Londra. In questo libro per la prima volta ho sperimentato la narrazione in prima persona, con i punti di vista alternati del protagonista maschile e femminile.
Volevo ottenere il massimo coinvolgimento per i lettori: non volevo semplicemente che essi leggessero la storia di Eric  e Rose, volevo che si sentissero Eric e Rose, almeno per il tempo che avrebbero impiegato a leggere le duecentoventi pagine di cui è composto il libro.

Ma chi sono Eric e Rose?

Vi direi che per conoscerli dovreste leggere l’incipit del romanzo, perché solo così potreste farvene davvero un’idea. Altrimenti è come quando senti così tanto parlare di qualcuno che arrivi a pensare di conoscerlo, ma quando infine lo incontri di persona ti rendi conto che in realtà non hai capito niente.

Okay, la smetto di divagare e vi introduco brevemente questi due protagonisti.

Rose è una brillante specializzanda in chirurgia dalla vita apparentemente perfetta, ma che in realtà di perfetto non ha nulla.
“Una facciata sfavillante che nasconde il disfacimento all’interno”, è così che Rose definisce se stessa all’interno del romanzo, e non ha tutti i torti nel farlo.
Rose, a causa di un evento traumatico avvenuto nella sua infanzia e del rapporto problematico che ha sempre avuto con i genitori, soffre di un disturbo chiamato “alessitimia”, un deficit della consapevolezza emotiva che consiste nella difficoltà o incapacità di percepire, riconoscere e descrivere a parole le emozioni proprie e altrui.
Questo le impedisce di rapportarsi agli altri in modo “normale” e la fa sentire sbagliata, spingendola a cercare una via di fuga ai propri problemi nell’alcool e nel sesso occasionale.

Eric invece una vita quasi perfetta l’aveva davvero, o almeno credeva di averla finché la sua compagna non lo lascia per un altro uomo.
Da quel momento in poi, Eric inizia a rendersi conto che alcune scelte fatte in passato forse non erano poi così giuste come pensava un tempo, e si chiede se sia il caso di stravolgere la propria vita e quelle che finora sono state le sue certezze per provare a seguire un sogno.

“«Ma Valerie se n’è andata e ha scombussolato il mio baricentro. Forse però era sbagliato sin dall’inizio, costruire il proprio equilibrio in base ad un’altra persona. Forse devo solo trovare la pace con me stesso».”

Credo che questi due personaggi, con la loro storia, la loro evoluzione e la loro caratterizzazione, siano il vero punto di forza dell’opera.
A posteriori mi sono resa conto di aver messo un po’ di me in entrambi, forse i miei lati peggiori, forse quelli migliori, nevermind.

Ciò che conta è che questi due personaggi finiscono con l’incontrarsi, e dal momento in cui le loro vite si incrociano in qualche modo tutto inizia a cambiare.

In meglio, in peggio, sta a voi scoprirlo, perché io per il momento mi fermo qui.

Non sta a me consigliarvi di leggere questo libro, sarei ovviamente poco parziale e obiettiva anche se mi impegnassi ad esserlo, perciò lascio la parola a voi lettori.

Se volete saperne di più vi rimando alla pagina dedicata al romanzo, dove troverete maggiori infos e le recensioni scritte dai bookbloggers.

A presto!

Elle

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Il Gattopardo, Tomasi di Lampedusa

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“Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra.”

Ben ritrovati lettori!
Finalmente oggi, dopo tanto tempo, riesco a proporvi una nuova recensione letteraria!
Questo 2017, con la scandalosa media di soli 5 libri letti in otto mesi, si sta decretando il mio anno nero per quanto riguarda la lettura, ma per fortuna ogni tanto capita di trovare dei libri che ne valgono dieci.

Questo è sicuramente il caso de Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, splendida perla della letteratura italiana ambientato in Sicilia nella seconda metà dell’Ottocento. L’intera vicenda narrata si svolge in uno dei periodi più significativi per la storia della nostra nazione, ovvero l’anno dello sbarco dei Mille di Garibaldi e il successivo declino del regno borbonico, sacrificato sull’altare del Regno d’Italia e dell’unità (almeno sulla carta) del paese.

Il romanzo ruota intorno alla famiglia Salina, una delle più nobili e antiche casate dell’aristocrazia siciliana.
I Salina rappresentano l’emblema della tradizione e dei valori antichi, di quella ricchezza spirituale prima che materiale, di un’intera classe sociale destinata ad essere gradualmente rimpiazzata dalla borghesia e dal suo sistema improntato unicamente alla praticità e alla “monetizzazione”.
L’ascesa della borghesia a discapito dell’aristocrazia è un processo che avviene in maniera naturale, un semplice adattamento al cambiamento dei tempi: la mentalità borghese è più efficiente e più utile per la costruzione della nuova Italia rispetto alla vecchia aristocrazia, rigidamente attaccata al proprio passato e a un sistema di valori che presto sarebbero stati considerati superflui.

Assoluto protagonista del romanzo è il Principe Fabrizio di Salina, un personaggio che io ho trovato assolutamente straordinario.
Il Principe è un uomo raffinato, colto, sensibile e profondamente intelligente, tanto che riesce ad analizzare lucidamente e con assoluta razionalità ogni cambiamento che avviene a livello politico e a prevedere le conseguenze che esso implica per la sua famiglia, il suo ceto e la sua Sicilia.
Ciò che mi ha colpito molto di Fabrizio è la sua disillusione, il suo essere privo di quell’aura di intoccabilità che a volte hanno gli uomini ricchi e potenti: egli è consapevole che il tramonto dell’era borbonica è vicino e che esso segnerà anche la fine del fasto della famiglia Salina, e infatti egli stesso si considera “l’ultimo gattopardo” (storico simbolo dei Salina).

Calogero Sedara rappresenta invece l’altra faccia della medaglia del cambiamento dei tempi: egli è il classico esempio del parvenu, del borghese senza scrupoli che grazie alla sua praticità e alla sua scaltrezza è riuscito a costruire una fortuna e a scalare la piramide sociale, arrivando finanche a ricoprire la carica di sindaco (figura, questa, introdotta dal nuovo regime italico) di Donnafugata, uno dei maggiori feudi della famiglia Salina.
Sedara è un uomo che, per dirla con parole di Wilde, sa il prezzo di ogni cosa ma non ne conosce il valore. E’ grezzo, poco elegante e senza il minimo gusto per la bellezza e per l’arte, eppure persino Fabrizio riconosce che la sua abilità nel fare affari e la sua ottimale gestione del denaro rappresentano un pregio che nella società moderna risulta di fondamentale importanza.

Il matrimonio tra Angelica, bellissima e ambiziosa figlia di Don Calogero, e Tancredi Falconeri, nipote di Fabrizio, giovane intraprendente e affascinante appartenente a una nobile famiglia ma privo di patrimonio proprio, segna l’anello di congiunzione tra il passato e il presente e la nascita di una nuova società che presenterà elementi comuni all’uno e all’altro.

Credo sia impossibile non apprezzare Il Gattopardo.
Io ne sono rimasta profondamente affascinata, innanzitutto per via dello stile di scrittura di Tomasi di Lampedusa, uno dei migliori che abbia mai riscontrato, elegante e ricercato senza tuttavia risultare mai pesante, e poi perché è un libro ricco di spunti di riflessione e di introspezione, ai quali dà voce il personaggio di Fabrizio Salina, che ho amato molto.
L’atmosfera decadente del romanzo trasmette al lettore quella sensazione dolceamara di malinconia che lasciano sempre le cose belle quando arrivano alla fine, ma nonostante questo la lettura è molto piacevole e scorrevole.

Consigliato!

“In Sicilia non importa far male o far bene; il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di ‘farè. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il ‘la’; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemila cinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso.”
[…] Lei mi parlava poco fa di una giovane Sicilia che si affaccia alle meraviglie del mondo moderno; per conto mio mi sembra piuttosto una centenaria trascinata in carrozzella alla Esposizione Universale di Londra, che non comprende nulla, che s’impipa di tutto, delle acciaierie di Sheffield come delle filande di Manchester, e che agogna soltanto di ritrovare il proprio dormiveglia fra i suoi cuscini sbavati e il suo orinale sotto il letto.”

Luna piena, troppa luce.

Le notti di luna piena sono un’ostentazione di bellezza innegabile, ma fin troppo esibizionista.

E’ nelle notti senza luna, quelle in cui il cielo è così scuro da far brillare ogni sua singola stella, che risiede il fascino, la poesia, la meraviglia.

Io preferisco quelle notti in cui il cielo non chiede prepotentemente attenzione esponendo la sua perla più bella, ma quelle in cui mette silenziosamente in mostra tutte le sue gemme nascoste, quelle più rare e preziose.

Ché la luna piena possono vederla tutti, ma le stelle devi osservarle col naso all’insù e lo sguardo perso, senza fretta, mettendoci tutta la tua attenzione.

Ché la luna piena è per i romantici occasionali,
le stelle sono per i sognatori abituali.

©Elle

mde

In medio stat virtus (?)

Dicono che la virtù stia nel mezzo.

Dicono che gli estremi siano nocivi.
Dicono che esista un’intera gamma di grigi tra il nero e il bianco.

Dicono, e dicono, e non sono mai contenti.

Ti diranno di non accontentarti della normalità, ma ti etichetteranno come “strano” appena uscirai fuori dagli schemi.

Ti diranno di avere dei sogni, ma ti condanneranno quando ti impegnerai a realizzarli.

Ti diranno di costruirti le tue idee, ma le criticheranno se saranno diverse dalle opinioni della massa.

Se vuoi andare via ti diranno che non ami la tua terra, se non lo vuoi ti diranno che restare non ti porterà mai a nulla.
Se ti godi la vita ti diranno che sei troppo dissoluto, se non lo fai ti diranno che stai buttando via i tuoi anni migliori.
Se trascuri il tuo aspetto ti diranno che sei sciatto, se lo curi ti diranno che sei vanitoso.
Se segui la moda ti diranno che sei come tutti gli altri, se non la segui diranno che non sai vestirti.
Se non sei disponibile verso gli altri sei egoista, ma se sei troppo buono diranno che sei fesso.
Se dici sempre ciò che pensi sei cattivo, e se non lo fai sei falso.
Se nei rapporti con gli altri dai tutto te stesso sei incosciente, se non lo fai sei cinico.
E se la dai sei una puttana, e se non la dai sei troppo santa.

E la virtù sta nel mezzo, dicono.

Come se fosse semplice trovarlo, questo punto di mezzo.
Come se potessimo regolare l’intensità dei nostri comportamenti e sentimenti come si fa con la luminosità sullo schermo del cellulare.

Che poi, davvero sta nel mezzo la virtù?

Trovare il giusto equilibrio in ogni cosa, ponderare ogni azione, seguire un codice di comportamento preimpostato, senza mai lasciarsi andare, senza mai eccedere, senza mai fregarsene: è questo il modo giusto?

E se questo è essere virtuosi, mi chiedo se ne valga davvero la pena.
Mi chiedo a beneficio di chi vada questa virtù: di noi stessi, o degli altri?
Mi chiedo se non sia tutta una messinscena messa in piedi per un pubblico sempre pronto a giudicarci.

La verità è che la gente troverà sempre qualcosa per la quale criticarti, quindi perché sforzarsi di piacere a tutti i costi?
E perché togliersi la libertà di sbilanciarsi, se a volte ci sembra la cosa giusta da fare?
E perché sacrificare la spontaneità sull’altare di una fantomatica virtù?

Ma, forse, la virtù non sta sempre nel mezzo, e a volte non sta da nessuna parte.

E, forse, l’unica cosa davvero virtuosa sarebbe arrenderci alle nostre imperfezioni, ed essere semplicemente noi stessi.

Ogni uomo è un’isola

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Ma forse, caro Donne, è vero il contrario, e ogni uomo è esattamente un’isola.

Ognuno con il suo modo di pensare, di vivere, di agire, ognuno diverso dall’altro.

Ognuno un piccolo microcosmo a sé stante, che impazzisce quando entra a contatto con altre atmosfere.

Ognuno che fatica a comunicare con gli altri, e fatichiamo a comprenderci, fatichiamo a condividere, fatichiamo a trovare qualcuno simile a noi.

E ci sentiamo soli.

Isole in mare aperto.

Solo un’altra isola tra sette miliardi di isole sparse per il mondo, e tutte distanti le une dalle altre.

A volte, però, capita di incontrare persone che ci fanno sentire parte di un disegno più grande, che ci ricordano che, in fondo, ogni isola è fatta della stessa terra di cui sono fatte tutte le altre.

Persone che ci spingono a fare un passo fuori dal nostro isolamento, che ci inducono a proiettarci fuori da noi stessi.

E allora, iniziamo a costruire imbarcazioni per attraversare quei lembi di oceano che ci separano dagli altri.

Iniziamo a erigere ponti che ci permettano di raggiungere l’altra parte.

A volte, quando pensiamo che ne valga la pena, siamo persino disposti a nuotare per raggiungere le coste di altre isole, per qualcuno siamo persino disposti a rischiare di annegare.

Però non si smette di essere un’isola, non si smette mai.

A volte ci si dimentica di esserlo, e in quei momenti si inizia a perdere se stessi.

Perciò siamo destinati a rimanere delle isole.

Ma per le persone a cui teniamo, siamo disposti ad aprire le frontiere, e a lasciare che esse entrino ed escano a loro piacimento.

Le invitiamo a fermarsi, a fare un giro, e l’unica cosa che speriamo è che esse si comportino bene, che rispettino ciò che siamo, la nostra geografia e il nostro clima, che amino le bellezze che abbiamo da offrire e affrontino coraggiosamente i nostri luoghi impervi, le trappole che la nostra natura cela.

Speriamo che non provino a cambiare ciò che siamo, o a distruggere ciò che abbiamo costruito, speriamo che non se ne vadano lasciandosi macerie alle spalle.

Forse è questo, ciò che dovremmo fare: restare delle isole, perché non c’è niente di più giusto che restare fedeli a noi stessi, ma aprire le nostre frontiere, perché non c’è niente di più bello che condividere noi stessi con gli altri.

©Elle

(Pensiero scritto la vigilia di Capodanno 2017)