Questione di Karma

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Avete capito chi cosa parlo? No? Ma di Occidentali’s Karma, naturalmente.

Ebbene sì, lo confesso: anche io sono stata contagiata dal nuovo tormentone musicale made in Italy.

Chi mi conosce sa che di solito giro alla larga sia dalla musica italiana contemporanea che dai fenomeni virali del web, ma il polverone mediatico che si è creato attorno a questo brano ha suscitato la mia curiosità, così sono andata ad ascoltarlo su YouTube e da lì è stato amore a primo ascolto.

Inizio col dire che c’è solo che da inchinarsi all’ingegno di Gabbani, perché tutti sono capaci di spopolare sul web e di conquistare le folle con una giusta dose di ignoranza, pochi invece sanno farlo con intelligenza e una carrellata di riferimenti culturali e filosofici sconosciuti ai più, camuffati da canzonetta leggera corredata persino di coreografia demenziale in stile gangnam style.

E così Gabbani vince, e vince anche mettendo d’accordo tutti (o quasi, almeno).

Ma, in fondo, cosa dice di tanto eclatante questo brano? E’, come insinuano alcuni, solo un’accozzaglia di frasi senza nesso logico alcuno oppure, come dicono altri, è una critica semiseria alla nostra società attuale?

In realtà, seppure ballando e sorridendo amabilmente, Gabbani fa un ritratto impietoso e piuttosto cinico dei suoi simili, che non ci fa molto onore ma che, ahimè, è piuttosto veritiero.

E così, partendo dal trito e ritrito dubbio pseudo-amletico dell’essere (se stessi) o dover essere (ciò che gli altri vogliono che siamo),  il simpatico cantautore ironizza sopratutto sul rapporto tra l’uomo e la più grande invenzione di tutti i tempi dopo il fuoco: il world wide web.

Noi internettologi, oppiomani del web, moderni narcisisti maniaci di selfie.

Noi, che grazie ad internet abbiamo a disposizione una quantità illimitata di informazioni e che grazie a Facebook & simili abbiamo anche a disposizione una platea sempre pronta ad ascoltare qualunque cretinata abbiamo da dire, ci improvvisiamo tuttologi e ci sentiamo in diritto, anzi in dovere, di dire la nostra su qualsiasi cosa, anche quando non abbiamo nulla da dire (“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli”, diceva il saggio professor Eco…).

Questa è una faccia della medaglia. L’altra faccia è la tendenza, sempre più spiccata, di noi gente occidentale, ad essere affascinati da tutto ciò che è orientale: la filosofia buddista, lo yoga, la meditazione, l’agopuntura, il sushi, eccetera, eccetera.

(Tendenza, a mio avviso, che nasce da un bisogno di spiritualità, di ritrovare se stessi, di evadere dallo stress della vita quotidiana).

E così l’evoluzione spesso, invece di avanzare, inciampa.

La scimmia nuda, l’uomo appunto (secondo Morris molto più simile al suo progenitore peloso di quanto possa credere), a volte preferisce vivere e agire senza porsi troppe domande perché è più semplice così (risposte facili, dilemmi inutili…).

E dato che l’intelligenza è tanto demodé, prendiamo pure questa canzone con la dovuta leggerezza (o, è il caso di dirlo, con filosofia) e balliamoci su.

Tanto, in male o in peggio, comunque vada panta rei.

E tanto di cappello al buon Gabbani, che ha creato una piccola perla.

©Elle

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The Walking Dead 7

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“Io ti ucciderò. Non oggi, non domani, ma io ti ucciderò”

Mesi e mesi di attesa, di interrogativi, di ansia da “Please Don’t Kill Daryl”, e alla fine il momento è arrivato: via alla settima stagione di The Walking Dead.

Io sono una fan storica della serie, una di quelle che la segue dal lontano 2010 e che non ha mai perso un solo episodio. Nel corso di questi sei anni si sono succeduti tanti personaggi: di quelli che c’erano già alla primissima stagione ormai ne sono rimasti solo una manciata, magari alcuni li ho persino dimenticati, ma molti si sono gradualmente aggiunti alla famiglia che ruota attorno alla figura di Rick Grimes, da sempre considerato il leader del gruppo.

Molti però, nel corso di questi anni, sono anche stati gli antagonisti del gruppo: arrivano sempre quando sembra andare tutto per il meglio. Arrivano, e distruggono la relativa stabilità che i nostri “eroi” hanno conquistato tra mille difficoltà, e puntualmente qualcuno ci rimette la pelle.
Le regole cambiano, per l’ennesima volta, e nessuno è più al sicuro. Almeno per un po’.

Se ne sono avvicendati tanti di villains, chi più chi meno cattivo, chi più chi meno folle: se c’è una cosa che abbiamo capito da questa serie è che, quando si tratta di sopravvivenza, i veri mostri sono proprio gli uomini, e questo vale sia per i personaggi cattivi che per quelli buoni (vedi Rick che pur di salvare Carl e i suoi stacca il collo a morsi a un uomo, una delle scene più emblematica di tutta la serie, a mio avviso).

Ma torniamo a noi, e soprattutto al nuovo super cattivo che nel giro di due puntate è già riuscito ad accaparrarsi il titolo di rivale più temibile che Rick & Company abbiano mai dovuto affrontare: Negan, il leader del gruppo dei Salvatori.

Ma l’arrivo di Negan cambia davvero tutto o è solo un altro cattivo destinato a fare la fine che merita? A conti fatti, cosa ha Negan che gli altri non avevano?

Ha un esercito, ok.
Anche il Governatore ne aveva uno, e a dirla tutta aveva anche un carro armato, per cui fin qui nulla di nuovo.

—attenzione spoiler—

Ha ucciso molto brutalmente due dei personaggi migliori della family e ha quasi costretto Rick a tagliare un braccio a Carl minacciando di uccidere tutti, ok.

Il Governatore (si intuisce che è stato il mio villain preferito?) ha tagliato la testa al povero Hershel davanti alle figlie, i cannibali di Gareth mangiano una gamba di Bob davanti a lui, e anche i nostri “eroi” non si sono mai fatti troppi problemi a uccidere dei nemici, anche se ovviamente nessuno di loro lo ha mai fatto ridendo.

—fine spoiler—

Ecco, se c’è una cosa che distingue Negan dagli altri cattivi forse è proprio la sua assoluta mancanza di umanità, la sua indifferenza tra l’uccidere un vivo o un walking dead, ed è questo a renderlo più mostruoso degli antagonisti precedenti.

Ma basterà questo a fargli avere la meglio su Rick e i suoi?
Negan non conosce il loro passato, ma noi sì, e sappiamo che se Rick dice a qualcuno “Io ti ucciderò”, di solito poi mantiene la promessa.

Si prevede un’altra stagione ad alto tasso adrenalinico.

Suicide Squad (2016)

Ordunque, per non farci mancare proprio nulla questa estate mi sono anche regalata una serata di cinema con gli amici. La pellicola che mi ha convinto a rinchiudermi in un centro commerciale in pieno agosto e fatto mezz’ora di fila all’entrata è l’attesissimo Suicide Squad, film che vede come protagonista l’omonima squadra di villain della DC Comics.

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In generale non sono un’appassionata di fumetti e i supereroi li ho sempre visti unicamente in film & vari telefilm (Arrow, Flash, Gotham, etc…) ma ho sempre avuto un debole per eroi & anti-eroi della DC.
Detto questo, come avrei potuto non adorare questo film?
Un film nel quale la prima canzone che sentiamo è House of The Rising Sun degli Animals e l’ultima Bohemian Rhapsody dei Queen, seppur con inframmezzi hip hop, può essere un brutto film?
Ok, ora metto da parte la mia sensibilità alla musica rock e cerco di essere obiettiva.

I personaggi della Suicide Squad, sebbene siano tutti super-ultra-mega cattivi, sono impossibili da non amare. Nel senso che il regista si è impegnato perché risultassero tutti in qualche modo adorabili, teneri, strafighi o quantomeno simpatici.

Questo gruppo di villain, raccattati da prigioni sparse qua e la, vengono prelevati e messi insieme per formare una squadra di, indovinate?, sicurezza nazionale. Eh sì, perché in un mondo di meta-umani e supereroi dall’identità sconosciuta, chi meglio di un gruppo di supercriminali con le giuste motivazioni può proteggere la nazione e i suoi cittadini?
Dietro questa idea brillante c’è Amanda Waller, la donna più spietata dell’intero universo, che da sola tiene in scacco l’intera Suicide Squad come fossero bambine di quinta elementare. Ma cosa succede se una strega millenaria dai poteri immensi, l’arma più potente nelle mani della Waller, decide di ribellarsi e di distruggere il mondo?
Beh, la squadra suicida deve rendere onore al suo nome e buttarsi in un’impresa dalla quale forse non usciranno vivi.

Tra i personaggi della Suicide Squad, quelli ad avere la maggiore rilevanza sono Deadshot, El Diablo e naturalmente Harley Quinn. Gli altri servono un po’ da soprammobili, ed è solo grazie alla presentazione che ne fanno a inizio film che sappiamo realmente qualcosa di loro.

Sicuramente il mio personaggio preferito è stato Harley Quinn, assolutamente fantastica anche per via della straordinaria interpretazione di Margot Robbie. Harley è esagerata, incontrollabile, irriverente. La sua ironia e la sua spavalderia, che rendono divertenti anche le scene ad alta tensione, sono la vera perla del film.

Sulla presunta pazzia di Harley Quinn ci sarebbe da scrivere un tema. Nel film è persino fin troppo lucida, anche se la sua lucidità viene puntualmente occultata con un’aspetto e dei comportamenti devianti. La sua unica, vera follia è il suo amore per Joker, che le ha completamente cambiato la vita e ha dato il via alla sua caduta nel baratro.
In realtà, tutti i personaggi umani della Suicide Squad sembrano persone normali che hanno commesso qualche errore che ha cambiato loro la vita: per Harley è un amore sbagliato, per Deadshot l’amore per sua figlia, per la dottoressa Moone il trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato.

E Joker? Beh, Joker. Se ne è fatto un così gran parlare che mi sarei aspettata una maggiore presenza. Molto rumore per nulla, per dirla in termini shakespeariani. In realtà tutte le scene in cui compare Joker sono scene ad effetto, esagerate, teatrali, che rispecchiano in pieno l’animo di questo Joker pensato da David Ayer.
Il Joker di Nolan e interpretato da Ledger in The Dark Knight era decisamente meno scenografico e molto più oscuro, e personalmente lo preferisco a questo. Jared Leto non mi è dispiaciuto e non l’ho trovato pessimo come dicono alcuni, ma credo che non sia stato abbastanza intenso, ecco. Intensità che invece Margot Robbie ha messo in abbondanza nella sua Harley Quinn. Nel confronto tra i due, lei abbaglia e oscura la performance dell’altro.

Abbastanza deludente la storia d’amore tra i due. Dovevano essere fuochi d’artificio, follia, morbosità, e non ho visto niente di tutto ciò. Ovvero, l’ho visto da parte di Harley, mentre da parte di Joker il tutto sembra forzato, quasi contro la sua volontà, come se fosse tutta una recita mal riuscita. Mi chiedo se la colpa sia di Leto o della regia, ma forse lo è un po’ di entrambi.
Ad ogni modo, il mio lato romantico ha dato la sua benedizione alla scena in cui Harley si getta nell’acido per dimostrare a Joker il suo amore e lui la segue subito dopo.

Un tantino fiacca la performance di Will Smith, ma è così bravo e il suo personaggio talmente figo da far passare la cosa in secondo piano.
Viola Davis nel ruolo della Waller non mi ha convinto. Passi il fatto che Amanda è più un cyborg privo di sentimenti che una donna, e che quindi l’immobilità facciale può starci, ma è così tanto immobile che non riesce neanche a stare antipatica. E’ solo indifferente.
Persino Cara Delevigne è stata più espressiva di lei, ed è tutto un dire.

Qualche pecca da parte della regia: qualche salto sbagliato di inquadratura, alcuni scambi di dialoghi mozzati male, e alcune scene che sembrano buttate lì random, solo perché non sapevano dove metterle.
Per il resto, ritmi serrati da action movie mescolati a scene divertenti da commedia americana, non è contemplata la noia.

Insomma, “magari” non vincerà l’Oscar ma due ore piacevoli sono assicurate!

Buona visione!

 

 

Liebster Award 2° Round

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Mi prendo una pausa caffè da questa lunga infernale estate per farvi un saluto.

Parto subito con un annuncio importante: dopo una lunga lotta con la mia coscienza mi sono decisa ad abbandonare Le due città di Dickens.

Brillante scrittura, indubbiamente, ma le quasi 100 pagine che ho letto sono state di una noia mortale. Mi sembrava di star leggendo il nulla, scritto in bella forma ma pur sempre il nulla, e visto che in questi giorni il mio spettro di stati d’animo va dall’ansia al nervosismo all’incazzatura e poi nuovamente all’ansia non mi sembrava il caso di rincarare la dose con una lettura che non mi stava piacendo.

Così ieri ho cominciato questo libro di un autore per me sconosciuto, David Leavitt, che si intitola La lingua perduta delle gru e che mi ha conquistata sin dalla terza pagina.

Nell’attesa di parlarvi di questo libro, dunque, rispondo alla seconda nomination che ho ricevuto per il Liebster Award.
Innanzitutto parto col ringraziare Booviepassion per la nomina. Fate un salto sul suo blog perché è davvero fantastico e ci sono un sacco di consigli letterari e cinematografici interessanti! 😉

Ed ecco le mie risposte alle 11 domande:

1.Hai qualche talento? Se sì quale?

L’unica cosa per la quale credo di avere un briciolo di talento è la scrittura.
Scrivere mi viene facile come camminare (anzi, considerata la mia avversione verso qualunque attività fisica, persino di più) quindi se per talento si intende qualcosa in cui si è spontaneamente bravi senza sforzarsi troppo di esserlo, direi che il mio è la scrittura.
Non so se i miei lettori la pensino allo stesso modo, ma nevermind. 😀

2.Racconta un’esperienza particolarmente gratificante che hai fatto

Questa domanda si lega molto con la precedente. L’esperienza più gratificante che ho fatto è stata certamente quella di pubblicare i miei due libri.
Quando crei qualcosa di tanto personale come un libro e la esponi ad occhi estranei, anche il più piccolo complimento può diventare una soddisfazione immensa.

3.Quali esperienze invece non hai ancora vissuto ma vorresti tanto provare?

Mi ero ripromessa che dopo essermi laureata mi sarei regalata un Volo dell’Angelo tra le Dolomiti Lucane. Sapete di cosa si tratta?
Un’imbracatura, un cavo sospeso nel vuoto tra due montagne e un’esperienza di molto simile a un volo. Per via dei miei impegni non sono ancora riuscita a prenotare, però spero di riuscire a regalarmelo per il mio compleanno a settembre 🙂

4.Quali sono le tue passioni e perché?

A questa potrei rispondere semplicemente con il motto che ho creato per il mio blog: “da scrivere o da leggere, purché siano libri!”.
La lettura e la scrittura sono le mie più grandi passioni insieme alla musica, rigorosamente rock, grunge & metal.
Mi piace molto anche disegnare, anche se purtroppo non riesco a farlo più tanto spesso.

5.Qual’è il tuo periodo storico preferito?

Io sono un’appassionatissima di storia, quindi trovo ogni periodo a modo suo molto interessante! Nutro però un amore particolare per la storia dell’Impero romano.

6.E il tuo artista preferito (in qualunque campo sia attuale che del passato)?

Difficile :/ Amo Van Gogh (<3), ma credo che Michelangelo sia insuperabile.

7.C’è un paese che hai visitato in cui ti piacerebbe vivere? E uno dove invece non sei stato che ti piacerebbe visitare?

Tra quelli che ho visitato (non molti) sicuramente l’Inghilterra. Londra è una città che mi porto nel cuore e, clima a parte, credo che potrebbe piacermi vivere lì.
Tra quelli che invece vorrei visitare sicuramente gli States. Seattle o L.A. in primis.

8.Qual è la tua più grande paura?

Non ci ho mai pensato, ma su due piedi la cosa peggiore che mi viene in mente è quella di perdere il senno. E’ una cosa molto triste.

9.Cosa ti rende più felice?

La felicità per me è una cosa molto relativa e legata al singolo momento e alle piccole cose. A volte basta poco per rendermi felice: un’uscita con gli amici, mangiare un donut, guardare un film/leggere un libro particolarmente bello, e soprattutto, comprare nuovi libri. Altre volte invece sono incontentabile.

10.C’è qualcosa che manca nella tua vita? Se sì cosa?

Mi piacerebbe viaggiare un po’ di più. Di tanto in tanto ho la sensazione di aver visto troppo poco del mondo.

11.Quali sono i pregi che più apprezzi e quali i difetti che più odi nelle altre persone? E in te stesso?

I pregi che più apprezzo sono la simpatia, l’intelligenza e l’onestà. I difetti che più odio sono il perbenismo, l’arroganza e il doppiogiochismo.
In me stessa apprezzo perseveranza e passione per le cose che amo. Il mio più grande difetto è la sensibilità.
Un pregio che è anche un difetto: non riesco a fingere di essere interessata a qualcosa di cui non mi frega nulla.

 

Visto che questa è la seconda nomination al Liebster, per questa volta mi limito a rispondere a queste risposte senza fare altre nomination!

Spero di presentarvi a breve la recensione del libro che sto leggendo, anche se sicuramente ci vorrà la settimana prossima.
Buona continuazione di vacanze & buone letture!

Alla prossima guys!

What University Gave Me

Dopo lunghi anni di fatica e sofferenze, oggi anche io sono stata coronata con l’alloro!
Il mio elaborato finale sul mercato editoriale e gli ebook (secondo voi potevano mancare i libri? Assolutamente no, neanche in questa occasione) è stato molto apprezzato dalla commissione, la qual cosa mi ha reso davvero molto felice.

Ma quello che mi chiedevo in questo momento è: cosa resta, di tutto questo?

Mi rifiuto di pensare che tutto ciò che resta di questi cinque anni è un pezzo di carta che attesta che sono una dottoressa in economia, perché sarebbe riduttivo, oltre che falso.

Ho scelto la facoltà di economia con l’incoscienza e la leggerezza dei miei diciotto anni.
Non ho scelto seguendo le mie attitudini o le mie passioni (letteratura, storia, filosofia, arte e tutto ciò che sotto questo cielo esiste di umanistico) ma seguendo un puro “istinto di sopravvivenza”, con il pensiero rivolto unicamente all’ottica lavorativa.
Il mio percorso di studi mi ha molto deluso sotto questo aspetto, perché non credo di aver imparato molto sul versante pratico, ma che ci crediate o no io nell’economia ci trovo del bello.
Sì, avete capito bene.

Credo che spesso la gente pensi che economia significhi solo statistica, solo ragioneria, solo contabilità. Noiose sfilze di numeri senza anima.
Ma i numeri che rappresentano un mercato sono persone e prodotti.
E i numeri che indicano pil e debiti pubblici rappresentano l’immagine di un intero paese.
E i numeri che variano di continuo sui tabelloni dello stock market, anche quelli hanno persone dietro. E il fatto che miliardi di dollari possano spostarsi in un solo giorno da un lato all’altro del globo è dannatamente affascinante.

E… niente. Solo io posso trovare della poesia persino nell’economia.

Ma sentimentalismi a parte, ricordatevi che le leggi che governano il mondo civile sono le leggi dell’economia.

Quindi, alla fine di tutto, cosa mi ha dato questo mio percorso di studi?

Maggiore consapevolezza del mondo che mi circonda, sicuramente. Positivo, visto che io vivo praticamente in un mondo tutto mio e a volte mi dimentico della realtà (del genere “ehi Elle, ricordati che anche se a te delle tasse non frega un accidente devi pagarle comunque”).

Ma l’università mi ha dato anche tante delusioni. Tante sofferenze, tanti “non sei o non fai abbastanza”, tanti schiaffi in faccia.
E sapete che vi dico? Va bene così, sul serio.
Ti forma il carattere, accidenti. Ti insegna a non arrenderti, ti sprona ad andare avanti per la tua strada.

Ti dimostra che la volontà a volte fa miracoli, perché anche se io e i numeri siamo nemici mortali, io questa cazzo di laurea me la sono presa comunque.

Peace, love, empathy.

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