Tempesta di Spade (Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco #5), George R.R. Martin

Dopo la morte di re Renly Baratheon gli avversari che si contendeno il Trono di Spade sono ridott3704042i a quattro: il gioco di alleanze, inganni e tradimenti si fa sempre più spietato, sempre più labirintico, l’ambizione dei contendenti non ha limite. Sui quattro re e sui paesaggi già devastati dalla guerra incombe la più terribile delle minacce: dall’estremo nord un’immane orda di barbari e giganti, mammut e metamorfi sta lentamente scendendo verso i Sette Regni. E con loro un pericolo ancora più spaventoso: gli Estranei, guerrieri soprannaturali che non temono la morte. Perchè l’hanno già conosciuta…

 

 

La mia recensione:

“Un orso, c’era. Un orso, un orso! Tutto marrone e nero, tutto coperto di pelo!”

La conoscete tutti, vero? L’orso e la fanciulla bionda: la canzone che chiunque nei Sette Regni conosce, persino i bruti Al di là della Barriera. La canzone che mi ha perseguitato per tutto il libro e che continuo a canticchiare tra me e me con una melodia che ho inventato io.
Se vi state chiedendo perché iniziare una recensione con questa canzone, vi accontento subito: è perché io ormai nelle Cronache ci sono dentro tanto quanto gli Stark, i Lannister, i Targaryen e tutti gli altri. Perché ormai sento di far parte anche io di questo universo meraviglioso, perché sto imparando a conoscere le vecchie storie, le leggende e persino
le canzoni.

E una volta dichiarato nuovamente il mio amore folle a Martin e alla sua opera, però, vi avverto subito che non è tutto rose e fiori come sembra (e se quando avete letto “fiori” avete subito pensato ai Tyrell, sappiate che vi stimo profondamente): devo infatti confessare che questo libro è stato abbastanza deludente rispetto ai precedenti e che, per la prima volta da quando ho iniziato a leggere la serie, in alcuni tratti mi abbia un po’ annoiata.
Ho trovato questo quinto capitolo poco movimentato, privo di azione e di suspense, e persino la piega che ha preso la storia è stata piuttosto deludente, eufemismo per dire che tutto sta andando per il verso sbagliato.

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Dovete sapere che, per partito preso e per una sorta di senso di appartenenza naturale, io fin dal principio sono stata dalla parte degli Stark: i meta-lupi, Eddard, Jon Snow, e insomma, mi sono infatuata del nord dal primo istante.
Allo stesso tempo non sopporto la “vista” dei Lannister, eccezion fatta per quel demonio di Tyrion (che probabilmente odia i Lannister più di tutti gli altri personaggi messi assieme).
Questo già basterebbe a spiegare perché questo libro mi abbia fatto dannare: passi Lady Catelyn, per la quale non ho mai provato particolare simpatia e che tuttavia credevo molto più intelligente; passi pure Sansa che ancora non dà segni di una qualche utilità, ma Robb?!
Che accidenti hai combinato, Robb? Finora era stato perfetto, sia per il suo modo di comportarsi da re che a livello di strategia militare, ma in un solo colpo è riuscito a perdere due dei suoi alleati più forti, si ritrova senza un regno e per di più accerchiato dai nemici su tutti i fronti. E come ciliegicina sulla torta, senza Jaime come ostaggio.
Solo io vedo il disastro imminente in tutto ciò, o esiste ancora una via di fuga?
Sono davvero curiosa di scoprirlo e spero che alla fine gli Stark abbiano la meglio, ma non posso fare a meno di notare che mentre i Lannister pianificano ogni passo che fanno con precisione millimetrica e sembrano sempre avere il totale controllo su qualsiasi cosa e persona vivente nei Sette Regni, Robb e gli uomini del nord in questo capitolo fanno la
figura dei completi inetti e sembra che il loro impero stia andando completamente a rotoli.
Persino il “mio” Jon mi sembra sperduto e incerto al di là della barriera: capisco che la sua vita sia appesa a un filo e che non sia facile fare il doppio gioco con i bruti senza diventare davvero un traditore, ma alla fine ricorderà chi è e qual è il suo vero compito o basterà la prima donna che capita a fargli perdere testa, dignità, onore e persino Spettro?
(a me quando gli Stark si separano dai loro lupi sale sempre l’ansia oramai).
Oltre ad Arya, che continua ad essere uno dei personaggi migliori della serie, l’unica che in questo libro abbia dato delle vere soddisfazioni è Daenerys: meravigliosa, impetuosa, coraggiosa, saggia, regale. Probabilmente, tra i pretendenti al trono, finora lei è quella che più ha dimostrato di meritarlo.

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La scena finale è stata grandiosa: avevo già l’amaro della delusione in bocca al pensiero che stesse per vendere uno dei suoi draghi, e invece… Dracarys (muahahahah).

Sono stata immensamente felice che in questo capitolo di Theon Greyjoy non si sia vista nemmeno l’ombra, ma spero ancora che Vento Grigio lo faccia a pezzi.

Quanto a Stannis e alla sua dama rossa, per me posso tutti bruciare entrambi nel loro fuoco sacro. A dirla tutta, il povero Cavaliere delle Cipolle Davos mi sta abbastanza simpatico, ma Stannis… mi chiedo se esista qualcuno a questo mondo a cui piaccia Stannis Baratheon  (ma forse io sono l’unica al mondo che simpatizzi per Davos, perciò nevermind…)

Simpatici gli scambi di “cortesie” tra Jaime e Brienne di Tarth, ma Santo Cielo, entrambi sono una lagna pazzesca: lei è probabilmente la donna più complessata che sia mai esistita, lui è tutto un sospirare per la sua amata Cersei.
Cattiveria a parte, in questo libro è venuto fuori un barlume di sensibilità che non pensavo potesse esistere nello “Sterminatore di Re”, e credo che Jaime sia un personaggio che vada ancora conosciuto a fondo.

Altra presenza di cui non ho assolutamente sentito la mancanza è stata quella di Joffrey, che in questo gioco del trono, nonostante occupi il posto principale, ha un ruolo ben misero. Inutile quasi più di Sansa.
Tornando per un attimo alla povera ragazza, in realtà non ho niente contro di lei, anzi mi fa pena, però non riesco a provare simpatia per lei.
Il fatto è che in questa serie le personalità femminili forti abbondano, quindi rispetto a personaggi come Arya o Daenerys lei finora non mi ha dato assolutamente nulla . Confido ancora però che prima o poi riesca a tirare fuori il carattere degli Stark e che dia una svolta al suo personaggio.

Infine, sono molto curiosa di vedere l’entrata in gioco dei Martell, che per il momento sono ancora un’incognita (certo, se e quando Dany tornerà sul continente ne vedremo delle belle secondo me…).

Ho letto il libro in un periodo per me molto impegnativo ed è per questo motivo la
lettura è andata per le lunghe, ma credo sia tempo che mi prenda qualche settimana di pausa dalla serie, almeno fino a quando la mia curiosità riuscirà a resistere, così riprenderò la lettura con una nuova carica.
Nonostante questo quinto volume sia stato per me un po’ più in basso rispetto agli altri, questa serie per me resta di una bellezza indescrivibile.

All the Bright Places, Jennifer Niven

È una gelida mattina di gennaio quella in cui Theodore Finch decide di salire sulla t18460392orre campanaria della scuola per capire come ci si sente a guardare di sotto. L’ultima cosa che si aspetta però è di trovare qualcun altro lassù, in bilico sul cornicione a sei piani d’altezza. Men che meno Violet Markey, una delle ragazze più popolari del liceo. Eppure Finch e Violet si somigliano più di quanto possano immaginare. Sono due anime fragili: lui lotta da anni con la depressione, lei ha visto morire la sorella in un terribile incidente d’auto. È in quel preciso istante che i due ragazzi provano per la prima volta la vertigine che li legherà nei mesi successivi. I giorni, le settimane in cui un progetto scolastico li porterà alla scoperta dei luoghi più bizzarri e sconosciuti del loro Paese e l’amicizia si trasformerà in un amore travolgente, una drammatica corsa contro il tempo. E alla fine di questa corsa, a rimanere indelebile nella memoria sarà l’incanto di una storia d’amore tra due ragazzi che stanno per diventare adulti. Quel genere d’incanto che solo le giornate perfette sono capaci di regalare. 

La mia recensione (spoiler alert):

“I’ve always been different, but to me different is normal”.

Sono ancora indecisa su come valutare questo libro, perché se da una parte sicuramente mi ha colpito molto, dall’altra mi ha lasciato una sensazione di vuoto immensa.
La lettura è stata scorrevole (persino leggendolo in inglese), lo stile è quello diretto e senza fronzoli tipico dei romanzi young adult, che non mi fa impazzire, ma neanche mi dispiace.
La storia mi ha coinvolto moltissimo, ma il punto di forza del romanzo è sicuramente il personaggio di Theodore Finch, per il quale ho provato empatia fin da subito e che mi ha dato molto da pensare.
Finch è il tipico ragazzo “strano”, problematico, piantagrane, emarginato. Quando i compagni dal cortile vedono sia lui che Violet sul cornicione del campanile, a nessuno passa per la testa che potrebbe essere Violet quella che vuole suicidarsi, nessuno potrebbe credere che Theodore Finch abbia salvato la bella e popolare Violet Markey, perché lui ha quell’etichetta di “freak” ormai marchiata addosso e le sue stranezze non sorprendono nessuno.
Eppure, nonostante tutto, io trovo che ci sia in questo personaggio un attaccamento alla vita fortissimo. Credo che la gente a volte viva senza neanche far caso al fatto di “essere vivo”, dando la cosa per scontata, mentre Finch lotta ogni giorno per sopravvivere e per restare sveglio e per trovare qualcosa che lo aiuti ad andare avanti.
L’ho amato per questo, ho amato il suo carattere, la sua dolcezza, le sue dimostrazioni d’amore, ho amato persino i suoi continui cambiamenti per cercare il vero se stesso, il vero Theodore Finch.
Finch è molto vicino al mio stereotipo di personaggio preferito: quello che sta dal lato “sbagliato”, che si sente (o piuttosto che è) diverso dagli altri, quello che pensa e fa cose che non sono considerate normali. Credo che la Niven abbia creato un personaggio meraviglioso e che abbia fatto un grande lavoro di introspezione con lui.
Violet mi ha colpito sicuramente di meno, anche se condividiamo la passione per la scrittura. La morte della sorella, avvenuta l’anno precedente, ha cambiato radicalmente il suo modo di essere e da ragazza spensierata, allegra e piena di amici è diventata chiusa, impaurita, insofferente, ferma.
Violet ha l’impressione di essere rimasta intrappolata al momento della morte di Eleanor e che la vita sia andata avanti senza di lei, non riesce più a stare al passo e ad essere quella di prima, inoltre è schiacciata dalle aspettative che i genitori hanno riposto su di lei, la loro unica figlia rimasta, la “sopravvissuta”.
Il comportamento di Violet nei confronti di Finch inizialmente è terribile, anche se credo dipenda dalla paura di Violet di veder crollare il personaggio che si è costruita, di attirare troppo l’attenzione su di lei quando, come dice nel libro, l’unico modo per sopravvivere al liceo è “tenere un profilo basso”.
L’evoluzione del loro rapporto invece è bellissima: Finch è davvero straordinario con Violet, la aiuta a uscire dal guscio di timore e inezia nel quale si era rinchiusa e insieme a lui ricomincia a vivere davvero.
I loro momenti insieme sono di una dolcezza disarmante, e anche se la loro storia dura poco ha un’intensità quasi disperata, come se entrambi in fondo sapessero di non avere ancora molto tempo per stare insieme e vivessero fino in fondo ogni attimo che viene loro concesso.
——   spoiler ——
Il finale probabilmente ha condizionato molto il mio giudizio sul libro e anche sulle sensazioni che mi ha lasciato una volta finito. I segni che sarebbe finita così c’erano tutti, eppure durante la lettura mi ero quasi convinta che forse un finale possibile era diverso, che Finch in qualche modo sarebbe riuscito a salvarsi (dal mondo e da se stesso) e ad andare avanti.
—– end spoiler —–
Mi ha lasciato un gran senso di tristezza e di vuoto, tanto che a lettura ultimata ho quasi pensato: “vale la pena tutta questa sofferenza per leggere un libro? Lo rileggerei?”. Beh, forse non lo rileggerei, ma visto che in fin dei conti in generale il libro mi è piaciuto molto direi che ne sia valsa la pena.
Il tema trattato è sicuramente molto scottante, ma in fondo credo che l’autrice lo sviluppi piuttosto bene, mescolando la delicatezza di una storia d’amore tra due adolescenti con la prepotenza di avvenimenti, sensazioni e sofferenze forse più grandi persino di loro stessi.

“We are all alone, trapped in these bodies and our own minds, and whatever company we have in this life is only fleeting and superficial.”

Signora della Mezzanotte, Cassandra Clare

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Cinque anni fa, i genitori della Shadowhunter Emma Carstairs sono stati brutalmente uccisi. E lei non ha mai smesso di cercare l’assassino. Emma deve imparare a fidarsi del suo cuore e della sua intelligenza mentre lei e il suo parabatai, Julian Blackthorn, si trovano invischiati in un complotto demoniaco che si ramifica per tutta Los Angeles. Se solo il suo cuore non la spingesse continuamente verso le strade più buie, e insidiose.

 

La mia recensione (warning: sono presenti spoiler):

“C’era bellezza nell’idea di libertà, ma era un’illusione. Tutti i cuori umani erano incatenati dall’amore.”

Cassandra Clare ha il magnifico e sconvolgente potere di farmi sentire ancora un’adolescente, di farmi incollare il naso alle pagine dei suoi libri e di emozionarmi fin nel profondo dell’anima.
Ho atteso questo libro per più di sei mesi, da quando ho letto Città del fuoco celeste e ho conosciuto Emma e Julian.
Non sapevo come sarebbe stata questa storia, ma ero curiosissima di scoprirlo (complice l’astinenza da Shadowhunters) e sapevo che la Clare non mi avrebbe delusa. E non l’ha fatto, per niente, anzi credo che con questo libro si sia superata.
Ho amato questa autrice sin dalla prima volta che l’ho letta, amo il suo modo di scrivere e di descrivere, ma il suo più grande pregio è di saper creare dei personaggi unici e indimenticabili (quelli maschili ancor più di quelli femminili).
Con Emma e Julian, Cassie ha fatto un lavoro straordinario: Emma ha una personalità incredibile, e Julian… Julian con i suoi segreti, il suo modo di amare senza risparmiarsi, il peso schiacciante delle sue responsabilità.
Ho amato entrambi, il modo in cui si è sviluppato e trasformato il loro rapporto, ho sofferto e soffro ancora con loro, tifo per loro, sono pazza di loro. (Sì, sto fangirlando di brutto, che ci volete fare).
La trama mi è piaciuta molto: la storia è originale e completamente diversa da quella delle saghe precedenti, la storia di un amore disperato e indissolubile, di ingiustizia e di vendetta.
Una storia che dimostra una grande verità, o più di una: che i “buoni” non hanno sempre ragione, che i “cattivi” non sono sempre stati cattivi, che la vita ha cambiato il loro modo di essere; che la linea tra giusto e ingiusto, tra legale e illegale, tra bene e male è molto, molto sottile.
Il personaggio di Mark mi ha molto colpito. Il senso di divisione che c’è nella sua persona, nella sua anima, nel suo cuore, il fatto che a volte mi ha dato l’impressione di volersi dividere tra la sua natura di Shadowhunter e quella di fata, mi ha molto affascinata.
Dire che il finale mi ha lasciata sulle spine è un eufemismo. Il pensiero che dovrò aspettare un anno per leggere il seguito mi uccide.

—spoiler—
Emma e Mark però proprio NO. Emma, santo cielo, come puoi essere così stupida? <.< e dire che per tutto il libro ti eri comportata così bene nei confronti di Jules e sei andata a perderti proprio sul finale. Cassie, trova il modo di risolvere la questione parabatai e di far stare insieme quei due, per l’Angelo!
— end spoiler —

Sono davvero molto entusiasta di questo primo capitolo della saga, anche se prevedo parecchie sofferenze per il futuro.
Go, Cassandra, adorabile sadica. Continua così.

Ps: non mi è piaciuto il racconto finale di cui si è tanto parlato, e vi spiego perché. Tempo fa mi è capitato di leggere il primo racconto delle Cronache di Magnus Bane (What really happened in Peru): ne sono rimasta talmente inorridita che non ho più osato leggerne altri.
Sfido chiunque abbia letto TID e TMI a dirmi che quei racconti siano all’altezza del resto. A livello stilistico sono degli orrori, non sembrano (o non sono?) neanche scritti dalla Clare, e per contenuto sembrano più fanfiction che spin-off dei romanzi.
Questa è la stessa impressione che ho avuto del racconto alla fine di questo libro. L’unica cosa positiva è stata rincontrare i personaggi di TMI e dare una sbirciatina nel loro futuro, il resto è da cancellare.

Aristotle and Dante Discover the Secrets of the Universe, Benjamin Alire Sáenz

Dante can swim. Ari can’t. Dante is articulate and self-assured. Ari has a hard time with words and suffers from15801353 self-doubt. Dante gets lost in poetry and art. Ari gets lost in thoughts of his older brother who is in prison. Dante is fair skinned. Ari’s features are much darker. It seems that a boy like Dante, with his open and unique perspective on life, would be the last person to break down the walls that Ari has built around himself.
But against all odds, when Ari and Dante meet, they develop a special bond that will teach them the most important truths of their lives, and help define the people they want to be. But there are big hurdles in their way, and only by believing in each other―and the power of their friendship―can Ari and Dante emerge stronger on the other side.

 

La mia recensione:

“The summer sun was not meant for boys like me. Boys like me belonged to the rain.”

Questo libro è esattamente tutto ciò che uno young adult dovrebbe essere.

Ho passato da qualche anno l’età dell’adolescenza, ma per alcuni versi a volte sembra che quell’età non sia del tutto terminata: la ricerca di un proprio posto nel mondo, le difficoltà a relazionarsi con gli altri, le mille domande senza risposta. E fare i conti con i propri sentimenti, e restare se stessi anche quando la gente non approva ciò che sei.
Essere adolescenti non è affatto facile, e crescere lo è ancora di meno.

Quello che voglio dire è che probabilmente ho amato questo libro perché mi sono sentita incredibilmente vicina ai personaggi, perché mi sembra di averli compresi fino in fondo.
Perché tutti, credo, una volta si sono sentiti sperduti e spaventati e inadeguati come Ari, e avrebbero voluto un Dante che dicesse loro che gli uccelli esistono affinché noi possiamo conoscere il cielo. Che la vita può essere anche così, semplice, genuina, senza trucchi.
A volte basta solo accettare il fatto di essere come siamo e il fatto che gli altri siano diversi da noi.

[..]”Is love a contest?”
“What does that mean?”
“Maybe everyone loves differently. Maybe that’s all that matters”

Libro bellissimo, di una dolcezza e di una spontaneità disarmante. Impossibile non innamorarsene.

Il Cardellino, Donna Tartt

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Descrizione: Theo Decker sopravvive, appena tredicenne, all’attentato terroristico che in un istante manda in pezzi la sua vita. Solo, a New York, viene accolto dalla ricca famiglia di un compagno di scuola. Ma nella nuova casa di Park Avenue si sente a disagio, e la nostalgia per la madre lo tormenta. L’unica cosa che riesce a consolarlo è un piccolo quadro dal fascino singolare. Da lì, il suo futuro diventa una rocambolesca girandola di salotti chic, amori e criminalità, in balìa di una pulsione autodistruttiva impossibile da controllare.

La mia recensione:

Inizio col dire che questo libro mi ha lasciato una sensazione sia di vuoto che di appagamento, il che mi succede raramente, solo con libri che lasciano un segno profondo. Forse un po’ è anche merito della mole del libro (esagerata per molti, ma non per me), perché essere immersi per così tante pagine in una storia ti fa inevitabilmente affezionare a personaggi, luoghi e persino oggetti.

Ma andiamo per ordine, perché sto già iniziando a divagare e vorrei scrivere qualcosa di almeno vagamente sensato.
Perché questo libro mi è piaciuto tanto: perché se mescoli una storia interessante (nel senso più puro della parola) a uno stile narrativo impeccabile quello che ne esce fuori è per forza un capolavoro.
Avevo già avuto modo di constatare l’abilità della Tartt con Dio di Illusioni, e questo libro non fa che darmene un’ulteriore conferma: la cosa che più mi piace è il suo modo di esplorare gli animi dei personaggi, sviscerandone tutte le sfaccettature caratteriali e portando alla luce gli aspetti migliori e peggiori; mi piace che nelle sue storie non ci sia mai completamente buio o luce, ma sempre una combinazione delle due; infine mi piace il suo modo di scrivere, ricco e al contempo scorrevole, mai piatto o banale, una vera gioia per gli occhi.

Il Cardellino racconta la vita di Theo Decker dai suoi quattordici anni fino all’età adulta. [La storia inizia nel momento che segna inequivocabilmente l’esistenza di Theo: l’attentato al museo. La madre di Theo (unico suo punto di riferimento poiché il padre li ha abbandonati) muore, mentre lui sopravvive. Nella stessa circostanza, nel tentativo di portarlo via dall’inferno, di “salvarlo”, Theo entra in possesso di un famoso quadro esposto al museo: Il Cardellino, opera del pittore olandese Carel Fabritius.
Da questo momento in poi la vita di Theo è segnata dalla solitudine, una solitudine e un senso di estraneità costanti che segneranno definitivamente il suo carattere.
Theo vivrà per un breve periodo dai Barbour, prestigiosa famiglia del suo amico d’infanzia Andy, ma proprio quando inizia ad abituarsi a quel posto, il padre torna a prenderlo e lo porta a Las Vegas con sé e la sua compagna Xandra.

Il padre di Theo è ben lontano dall’essere un bravo genitore: è un giocatore d’azzardo, è dipendente da tranquillanti e calmanti, è incostante e non dimostra alcun segno di affetto verso il figlio. Né lui né Xandra si preoccupano di Theo, che vive solo in una casa vuota per gran parte del tempo e abbandonato a sé stesso, almeno fino all’incontro con Boris.

Theo a un certo punto dice: “Prima di Boris avevo sopportato la solitudine in modo abbastanza stoico, senza rendermi conto di quando fosse assoluta. E credo che se uno solo di noi due avesse avuto una famiglia quasi normale [..] non saremmo diventati così inseparabili”.

E in effetti Theo e Boris sviluppano una sorta di legame simbiotico che permette loro di sopravvivere in un modo o nell’altro, tra furti, droghe e quotidiane sbronze, una tendenza agli eccessi che entrambi si porteranno dietro negli anni.
Indubbiamente, Boris è l’altro grande protagonista della storia. Per molti versi sembra il negativo fotografico di Theo: sebbene siano molto simili, Boris ha un atteggiamento opposto rispetto alla vita. Theo si preoccupa di nascondere chi è davvero, cerca di conformarsi e di avere un’esistenza “normale” (lavoro onesto, relazione stabile, ecc) quando in realtà si sente soffocare dalla sua stessa esistenza, mentre Boris è noncurante, vive come vuole, senza curarsi troppo della moralità delle sue azioni, è uno che ama la vita e a cui piace godersela.
Dopo la morte del padre, Theo scappa da Las Vegas per tornare a New York, ma poiché non ha un posto dove andare cerca rifugio dall’unica persona di cui si fida: Hobart, il vecchio antiquario conosciuto anni prima in una circostanza sempre legata all’attentato del museo. Hobie accoglie Theo a casa sua e gli permette di vivere lì, e Theo si appassionerà al suo mestiere, l’antiquariato, e lo aiuterà a mettere in sesto il vecchio negozio. Negli anni Theo è diventato una persona rispettabile, ma è ancora dipendente dalle droghe, che gli rendono più sopportabile l’esistenza e lo aiutano ad andare avanti. Il quadro è sempre con lui, nascosto in un posto sicuro: nonostante gli procuri un sacco di apprensioni, per Theo rappresenta quasi un’ancora di salvezza, una certezza, una luce in una vita di oscurità. Ma Boris ricompare all’improvviso diversi anni dopo e Theo scopre solo allora che il suo amato quadro in realtà è stato rubato ed è in giro per l’Europa.
L’ultima parte della storia consiste in un travagliato e avventuroso viaggio ad Amsterdam insieme a Boris per tentare di ritrovare il quadro, e in qualche modo riescono a portare a termine la missione con successo.

Il Cardellino è una storia di una bellezza terribile, con una sorta di fascino quasi oscuro.
E’ una storia di solitudine e di profonda sofferenza, a tratti è un volo in caduta libera verso il baratro, dove gli appigli a cui aggrapparsi, sebbene ci siano, sono davvero pochi.
Bellissima la varietà di personaggi. Theo: autodistruttivo, negativo ma al contempo molto complesso, è un protagonista che mi è piaciuto moltissimo. Non chiedetemi perché, ma ho adorato Boris.
Due parole sul quadro “Il cardellino”: non sapevo neanche della sua esistenza prima di leggere il libro, ma sono contenta di averlo conosciuto così approfonditamente, nei minimi dettagli. Non capisco molto di arte, quasi niente ad essere sincera, ma quest’opera è davvero singolare. In questi giorni mi è capitato di guardarla spesso e trovo sia un’immagine che riflette alla perfezione il libro: solitudine, prigionia, tristezza, maestosità. Incredibile, la forza comunicativa dell’arte.

Credo che Il Cardellino non sia una lettura che fa per tutti o che tutti riescono ad apprezzare, ma se vi sentite pronti ad affrontarla vi assicuro che ne vale davvero la pena.

Dopo questo lungo sproloquio, vi lascio con una citazione che è diventata uno dei miei passi preferiti in assoluto della letteratura, tanto che molto spesso apro il libro soltanto per andarla a rileggere (tanto che ricordo a memoria persino il numero di pagina dove trovarla):

“Il cuore non si sceglie. Non possiamo obbligarci a desiderare ciò che è bene per noi o per gli altri. Non siamo noi a determinare il tipo di persone che siamo. Come fai a sapere cosa è giusto per te? Ogni psicologo, ogni consulente del lavoro, ogni principessa Disney conosce la risposta: “Su te stesso”. “Segui il tuo cuore”. Ma ecco ciò che vorrei davvero che qualcuno mi spiegasse.  Cosa succede se ti ritrovi con un cuore inaffidabile? Se questo cuore, per ragioni imperscrutabili, ti porta ostinatamente, avvolto in una nube di indicibile fulgore, lontano da tutto ciò che è sano, dal conforto dei piaceri domestici, dal senso civico e dai legami sociali e da tutte quelle che vengono comunemente considerate virtù per trascinarti invece verso uno stupendo falò di rovina, immolazione e disastro? Se il tuo io più profondo ti conduce cantando dritto verso il fuoco, devi voltargli le spalle? Tapparti le orecchie con la cera? Ignorare il perverso splendore che il cuore ti grida contro? Metterti sulla strada che ti porterà alla normalità, orari ragionevoli e regolari controlli medici, relazioni stabili e promozioni sicure, il “New York Times” e il brunch della domenica, il tutto con la promessa di diventare una persona migliore? O è meglio tuffarsi di testa e con una risata nel sacro fuoco che chiama il tuo nome?”