Gli ultimi giorni dei nostri padri, Joël Dicker

Buon martedì gente!

Oggi vi lascio il mio pensiero sulla mia ultima lettura, Gli ultimi giorni dei nostri padri di Joël Dicker, uno scrittore che avevo già avuto modo di conoscere con il celebre caso editoriale di qualche anno fa La verità sul caso Harry Quebert.

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“I demoni sarebbero tornati, lo sapevano. Perché gli uomini dimenticano facilmente. Per ricordare, avrebbero innalzato monumenti e statue: avrebbero affidato la propria memoria a mille pietre. Le pietre non dimenticano mai, ma nessuno le ascolta. Sì, i demoni sarebbero tornati. Ma, da qualche parte, sarebbero sempre rimasti degli Uomini.”

Gli ultimi giorni dei nostri padri è il romanzo d’esordio dello scrittore, pubblicato nel 2012. Si tratta di un romanzo storico, ambientato in piena Seconda Guerra Mondiale tra Francia e Inghilterra: protagonisti, un gruppo di ragazzi che viene reclutato e addestrato per entrare a far parte del SOE (Special Operations Executive), un’organizzazione dei servizi segreti britannici che durante la guerra si occupava di infiltrare agenti in territorio nemico (in questo caso, nella Francia occupata dai Nazisti) allo scopo di raccogliere informazioni, organizzare attentati e coordinare i gruppi della Resistenza.

Nel corso del libro seguiamo tutte le tappe dell’addestramento di questi ragazzi (giovani, meno giovani e giovanissimi), sottoposti a prove durissime per essere preparati al meglio a ciò che dovranno affrontare una volta che si troveranno sul campo.

Naturalmente, solo in pochi riescono ad arrivare fino in fondo all’addestramento e a diventare agenti, ma tra quelli che ci riescono si crea gradualmente un legame molto forte, tanto che a un certo punto arrivano a sentirsi quasi una grande famiglia: c’è Pal, il figlio che si sente in colpa per aver abbandonato suo padre da solo a Parigi per andare a combattere; c’è la bella e coraggiosa Laura, che rinuncia a una vita di agi e di ricchezze per la guerra; c’è Gros, il gigante buono che ha paura di morire senza essere amato da una donna; Claude, il giovane aspirante prete al quale la guerra fa perdere un po’ della sua incrollabile fede; Faron, l’antipatico e borioso Faron che alla fine si rivelerà capace di un gesto nobilissimo; e ancora Key, Stanislas, Doff.

Ognuno di loro, in un modo o nell’altro, si vedrà costretto a fare i conti con la guerra, una guerra che imperversa ovunque e che si porta via persone, convinzioni, innocenza, bellezza e umanità.

Perché, in fondo, la guerra è guerra: perché quando sei costretto a fare i conti con la brutalità e la morte non può esistere sensibilità; perché quando hai di fronte un muro d’odio, per sopravvivere, devi replicare con dell’altro odio; perché persino il più coraggioso e il migliore degli uomini ha i propri punti deboli e le proprie paure, e la guerra tende a tirare fuori tutto il peggio di sé.

“Le torture sono solo torture: fanno male – un po’, molto – ma poi il dolore scompare. E lo stesso con la morte: la morte è soltanto la morte. Ma vivere da Uomo in mezzo agli uomini, invece, era una sfida quotidiana.”

La lettura di questo libro è stata piacevole, l’idea dell’opera in sé è molto accattivante, soprattutto per me che amo il genere (romanzo storico, guerra, servizi segreti, ecc) ma devo dire che non mi ha convinto fino in fondo.

Il mio problema principale, in realtà, che avevo già riscontrato con “Il caso Harry Quebert”, è proprio Joël Dicker: Dicker è uno di quegli scrittori che si crogiola nell’autocompiacimento, un narciso della penna che fa tanti bei discorsi (il più delle volte banali, o inutili) per il semplice gusto di dimostrare che sì, lui sa scrivere bene.

Ora, ci può stare il fatto che uno scrittore decida di dare più importanza alla forma a scapito della trama o della caratterizzazione dei personaggi, ma per far ciò devi avere una Forma (con la F maiuscola, come la U di Uomini nel romanzo) a dir poco sublime, che Dicker, per quanto si sforzi, purtroppo secondo me non ha.

Per farvi un esempio, leggerei 900 pagine sul nulla se scritte dalla Tartt, che trasforma in oro qualunque pagina tocchi con la sua penna, ma Dicker non è a quei livelli. Naturalmente questo secondo il mio personalissimo parere, ma de gustibus.

Io avrei preferito avere qualche dettaglio tecnico in più sulle operazioni del SOE, un po’ più d’azione, qualcosa di un po’ diverso, insomma.

Tutto sommato un libro carino, ma non di quelli che consiglierei a un amico.

“Che si apra davanti a me il sentiero delle lacrime,
Perché io adesso sono l’artefice della mia anima.
Non temo né le bestie né gli uomini,
Né l’inverno né i venti.
Nel giorno in cui parto verso le foreste dell’ombra,
dell’odio e della paura,
Chiedo perdono per i miei errori e per il mio errare,
Io che sono soltanto un piccolo viaggiatore,
Che sono soltanto polvere di vento, polvere di tempo.
Ho paura.
Ho paura.
Noi siamo gli ultimi Uomini, e i nostri cuori,
allo spasimo, batteranno ancora per poco”

 

 

 

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Lemonade, Nina Pennacchi

Salve miei cari lettori,
oggi vi parlo di un romance storico ambientato in Inghilterra nei primi dell’Ottocento.
Si tratta di Lemonade, scritto dalla giovane e talentuosa autrice italiana Nina Pennacchi.

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Questo libro mi ha incuriosito sin da subito sia per la trama che per il periodo storico in cui è ambientato: da buona amante di Jane Austen, i libri ambientati nell’Inghilterra dell’Ottocento mi attirano come un’ape al miele.

Poiché questo libro mi ha tenuta incollata alle pagine per giorni (e notti!) e la storia è intrigante e mozzafiato, direi che le mie aspettative sono state pienamente soddisfatte, anche se di austeniano questo romanzo ha davvero ben poco: il peggio che può fare un personaggio della Austen è non invitare a ballare una fanciulla rimasta senza cavaliere per un giro di ballo (oh, Darcy), il racconto di Nina è invece crudo, a tratti persino violento, e il protagonista maschile è tutt’altro che un perfetto gentiluomo.

Tuttavia, la storia è molto vivida e intrisa di realtà, perché anche se la Austen non ne parla nei suoi romanzi, non significa che cose simili non siano accadute realmente, anzi. (Basti pensare al romanzo di Hardy “Tess dei d’Urbervilles” per vedere l’altra faccia della medaglia).

Ma parliamo della trama:

Inizia tutto con una limonata rovesciata su un vestito marrone, delle scuse non fatte e una vendetta inaspettata e inopportuna, e tra Christopher Davenport e Anna Champion è guerra aperta.
Una guerra che però Anna non ha nessuna speranza di vincere, perché Christopher è un uomo potente, spietato e ha una vendetta da perseguire.
Anna si trova sulla strada di Christopher per caso, ma finisce per essere investita completamente dalla sua rabbia inspiegabile e incontrollata, vittima innocente della feroce lotta interiore che imperversa nell’anima di quest’uomo.
Neanche Christopher sa spiegarsi perché quella donna, di poco conto e neanche bellissima, provochi in lui delle emozioni tanto incontrollabili e violente: forse è perché, nonostante sia riuscita a controllarla e a sottometterla con le sue minacce, non riesce mai a piegarla del tutto; forse perché prova per lei un’attrazione e un affetto che non vorrebbe/dovrebbe provare (nonostante abbia uno strano e perverso modo di dimostrarlo), e tutto ciò che vuole è che lei lo ricambi.
Anna non dimentica l’offesa subita, e sa che Christopher ha un’anima nera, eppure quando passa con lui le notti vede in lui una dolcezza che di giorno non dimostra mai, i suoi occhi a volte lasciano trapelare un dolore sepolto in profondità, e anche se lui non lo ammetterebbe mai si affeziona sinceramente alla famiglia di Anna.
E così lei, inesplicabilmente, persino contro la sua volontà e contro la sua coscienza, arriva ad innamorarsi di lui.

Molto interessanti entrambi i protagonisti e molto ben caratterizzati.

Christopher mi ha ricordato lontanamente il conte di Montecristo, personaggio che io amo alla follia. La sua storia è molto simile (la vendetta, il fatto che si sia arricchito partendo dal basso, ecc…) ma sicuramente il suo comportamento è molto meno signorile.
Inizialmente l’ho trovato insopportabile, deprecabile e ingiustamente crudele, e il fatto che le sue azioni contrastassero sempre con i suoi reali pensieri e sentimenti non può giustificare gli errori e le nefandezze che commette.
Però il fatto che abbia man mano dimostrato di avere sia un cuore che una coscienza, anche se entrambe sono annebbiate dalla vendetta, me lo ha fatto gradualmente apprezzare di più e in alcuni momenti l’ho trovato persino (inspiegabilmente) tenero.

Per quanto riguarda Anna, sebbene Christopher la tenga in pugno nel modo più perfido, ovvero facendo leva sull’affetto che lei nutre per i suoi fratelli e per il padre malato, non si piega mai del tutto e continua  a cercare un modo per liberarsi di lui, arrivando persino a considerare (ma mai a mettere in atto) l’idea di ucciderlo.
Anna è consapevole di essere debole in confronto a Christopher, ma nonostante la sua debolezza riesce gradualmente a piegarlo a lei e quando lui non ha il coraggio di mettere in atto la sua ennesima minaccia verso suo fratello, capisce di averlo battuto.
Che poi alla fine se ne innamori è un altro paio di maniche, ma in fondo si sa: l’amore è inspiegabile.

L’unico rimprovero che faccio all’autrice è che secondo me il finale è stato molto, troppo frettoloso. Avrei voluto che Anna e Christopher chiarissero meglio i loro reciproci sentimenti, che si sapesse qualcosa di più sul loro futuro. E Lucy? Chi sposa alla fine Lucy? E come sarà il rapporto tra i due fratelli una volta che Daniel scoprirà (se lo scoprirà) che Chris è suo fratello? Insomma, mi sarebbe piaciuto che il tutto venissero approfondito meglio e non troncato così.

Last but not least, nota di merito per lo stile di scrittura, molto scorrevole ma al contempo elaborato, non proprio ottocentesco (penso che alcuni epiteti a quei tempi non si usassero neanche tra fratelli) ma comunque perfetto per questa storia.

Romanzo forte ed emozionante, mi è piaciuto molto e lo consiglio sicuramente agli appassionati del genere.

Ora, con il vostro permesso, corro a scegliere il prossimo romanzo da iniziare 😉
Alla prossima!

 

Ho lasciato entrare la tempesta, Hannah Kent

Buon inizio settimana lettori!
In questo ultimo lunedì di maggio vorrei parlarvi della mia ultima lettura, Ho lasciato entrare la tempesta di Hannah Kent.
Vi dico subito che mi viene davvero difficile recensire questo libro.
A volte quando finisco un libro sento il bisogno di buttare giù un pensiero, altre volte invece mi viene difficile mettere insieme le idee, come in questo caso.
Probabilmente se non fosse per il blog non lo avrei recensito, ma visto che ho deciso di fare le cose per bene proverò a scrivere qualcosa di sensato su questo romanzo.

 

Strega, seduttrice, colpevole, assassina: Agnes Magnúsdóttir è accusata di molte cose. Perché n23202647ell’Islanda dell’Ottocento – immersa nella nebbia come in mille superstizioni – lei, con la sua bellezza, il suo animo ribelle, la sua intelligenza troppo vivace, è diversa da tutte. Diversa anche per l’uomo che si è scelta: Natan Ketilsson, un uomo più vicino ai diavoli dell’inferno che agli angeli del paradiso, come mormorano nel villaggio, capace di risuscitare i morti con pozioni a base di erbe conosciute solo da lui. E ora che Natan è morto, ucciso da diciotto coltellate, il villaggio decide che la colpevole dell’efferato omicidio non può che essere lei, Agnes. La donna che lo amava. E mentre, ormai condannata, attende la morte per decapitazione, Agnes racconta la sua versione della storia alle uniche persone amiche che il destino le concede nei suoi ultimi giorni: la moglie del suo carceriere, e un giovane e inesperto confessore. E anche se la morte sarà la fine inevitabile, per Agnes la vita continua altrove: nei pensieri, nei sogni, nelle storie che ha letto, e nell’amore per Natan. Le cose che appartengono soltanto a lei, e che nessuno potrà toglierle.

 

La mia recensione:

“Non è giusto. La gente sostiene di conoscerti per le cose che hai fatto, e non perché si è seduta ad ascoltare la tua versione dei fatti. Per quanto tu provi a vivere una vita retta, se in questa valle compi un passo falso, non sarà mai dimenticato. Non importa se hai agito per il bene. Non importa se una voce dentro di te sussurra: “Non sono come dite!”. E’ l’opinione degli altri che determina chi sei.”

Se dovessi scegliere un frammento di libro che lo riassuma tutto alla perfezione, sceglierei certamente questo.
Agnes Magnúsdóttir è stata condannata a morte per l’omicidio di due uomini. Si dice persino che uno di loro, Natan Ketilsson, l’erborista noto per le sue guarigioni miracolose, fosse il suo amante e che lei lo abbia ucciso per gelosia, per vendetta o per denaro.
Insieme ad Agnes, altre due persone sono condannate per il delitto: la giovane serva Sigga e il figlio di un fattore, Fridrik. Sebbene fossero in tre e sia difficile stabilire come siano andate davvero le cose, la gente ha già condannato Agnes come la vera colpevole, come colei che ha organizzato tutto e ha convinto i due ragazzi ad aiutarla. Dicono che sia stata lei a pugnalare Natan, dandogli il colpo di grazia.
Incolpare Agnes è facile: Sigga è giovane, bella e stupida, mentre Agnes è una donna adulta e, soprattutto, è una donna intelligente. E’ una donna che sa ciò che fa, perciò è considerata pericolosa.
Nell’attesa dell’esecuzione, Agnes viene affidata alla custodia di un funzionario reale e della sua famiglia, che ha l’obbligo di ospitare la prigioniera fino alla sua morte. Inoltre, ad Agnes viene data la possibilità di scegliere un reverendo che la prepari ad affrontare la morte.
Inizialmente, la famiglia di Kornsà è sconvolta dall’idea di ospitare un’assassina in casa e Jon e Margrèt fanno di tutto per tenere le loro due figlie lontane da lei. Anche Tòti, il giovane reverendo che Agnes ha designato, ha difficoltà a interagire con lei ed è anzi intimorito e turbato dalla donna.
Agnes però si dimostra un ottimo aiuto in casa, sa fare qualunque tipo di lavoro domestico e non teme la fatica, e gradualmente prima la figlia maggiore Steina e poi Margrèt iniziano ad avvicinarsi a lei.
Anche Tòti riesce a conquistare la sua fiducia, e infine Agnes decide di cogliere l’ultima opportunità per far conoscere la propria versione dei fatti e di affidare a lui e a Margrét la verità sulla sua vita e su ciò che è accaduto la notte dell’omicidio.
Si scopre così che Agnes ha avuto una vita difficile, che è stata una figlia illegittima, che la sua madre naturale l’ha abbandonata da bambina e che invece la sua madre adottiva è morta di parto e da allora ella ha sempre vissuto di fattoria in fattoria, lavorando sodo come serva, arrivando persino a mendicare nei momenti peggiori.
Poi è arrivato Natan, e con lui la speranza di una vita migliore, e con lui l’inizio della fine.

“Hai il palmo cavo. Come il mio, senti, è vuoto. Sai cosa significa, avere il palmo cavo? Significa che siamo creature misteriose, noi due. Lo spazio vuoto può riempirsi di cattiva sorte, se non stiamo attenti, se esponiamo lo spazio vuoto al mondo e a tutta la sua oscurità, a tutte le sue disgrazie.”
“Ma come si rimedia alla forma della propria mano?”
“Coprendola con la mano di un altro, Agnes.”
Il peso delle sue dita sulle mie, come un uccello posato su un ramo. E’ stato il fiammifero caduto. Non ho capito di essere circondata da sterpi finché non li ho sentiti divampare in un incendio.

Natan è l’uomo sbagliato di cui innamorarsi. Natan è un personaggio oscuro: ambiguo, manipolatore, lunatico, infido. La gente dice che sua madre sia stata una veggente e che lui sia un mezzo stregone, dicono persino che sia figlio del demonio.
Nonostante questo, però, le persone (soprattutto le donne) lo trovano affascinante, proprio perché è tanto diverso da tutti gli altri.

“Nessuno capirebbe cosa significasse conoscere Natan. Inanellavamo con cura le parole, impilandole l’una sull’altra, senza lasciare spazi vuoti. Ognuno di noi innalzava una torre: due torri di segnalazione, come quelle che vengono poste lungo le strade per guidare i viandanti quando fa brutto tempo. Ci siamo visti attraverso la nebbia, attraverso la soffocante ripetitività della vita.”

Agnes perde la testa per lui, tanto da non vedere neanche i suoi inganni e i suoi tradimenti più evidenti e da credere a ogni sua parola. Almeno finché non apre gli occhi e non lo vede per ciò che è realmente, ma neanche in quel momento riesce ad allontanarsi del tutto da lui.

“Capisce cosa sto dicendo, reverendo? Ha mai amato una donna? Ha mai amato qualcuno e ugualmente odiato l’influenza che quella persona esercitava su di lei?”

A me il personaggio di Natan non è piaciuto per nulla. Se fossi stata in Agnes, gli avrei dato quattro schiaffi e lo avrei mandato al diavolo appena messo piede a Illugastidir, ma forse è facile parlare quando sei fuori dal libro. E dire che di solito i personaggi “maledetti” mi piacciono, ma questo è proprio senza senso di esistere.
Per quanto riguarda Agnes, invece, credo sia impossibile non simpatizzare per lei: lei è considerata l’assassina, il mostro, la “strega”, mentre in realtà è soltanto una donna che ha commesso un errore e che per tutta la vita ha avuto la sfortuna al suo fianco.

Promosso lo stile, molto suggestive e affascinanti le descrizioni paesaggistiche della glaciale Islanda, molto lenta invece la narrazione.
La storia è indubbiamente interessante, soprattutto considerato che è tratta da una storia vera, ma in realtà per l’intero libro non fanno altro che parlare o ricordare. Forse mi aspettavo qualcosa di più! Carino, ma non eccezionale.

L’onore del samurai, David Kirk

Giappone, XVII secolo. Nel remoto villaggio di Miyamoto, nella provincia di Harima, vive Bennosuke, figlio del grande Munisai Shinmen, uno dei più valorosi guerrieri dell’impero.              Ha tred17348785ici anni, sua madre è morta in un misterioso incendio, mentre suo padre ha abbandonato il villaggio dopo la tragedia, otto anni prima, e non ha fatto più ritorno.Di lui si prende cura lo zio Dorinbo, un monaco che spera che il ragazzo rifiuti la violenza e scelga invece la via della spiritualità e della contemplazione.
Nel frattempo, però, Bennosuke si allena nelle arti della guerra sotto la guida di Tasumi, un anziano samurai. Quando un giorno, all’improvviso, il padre ferito torna a casa, il ragazzo decide che è arrivato il momento di reclamare la sua eredità: diventerà un samurai.
Ma prima della gloria viene la battaglia, e Bennosuke dovrà guardare la morte negli occhi per poter essere chiamato Musashi Miyamoto, il più grande guerriero di tutti i tempi.

 

La mia recensione:

“Si chiese se quella fosse la vera misura della vita; il numero delle parole non dette e dei gesti mancati. E che dire delle cose dette sbagliando, o le cose fatte di cui poi ci si era pentiti? Poteva contare anche quelle.” 

 

Cercavo da tempo un romanzo storico che parlasse di samurai e quando ho scoperto l’esistenza di questo libro sulla storia di Musashi Myamoto non ho esitato ad acquistarlo.
Child of Vengeance, in italiano edito con il titolo “L’onore del samurai”, racconta la storia di Bennosuke Shinmen, il figlio del migliore samurai del Giappone, Munisai Shinmen.
Bennosuke, ragazzo tredicenne cresciuto in un piccolo villaggio chiamato Myamoto, non vede suo padre da otto anni, da quando egli, dopo la morte della moglie, ha lasciato suo figlio e la sua casa per andare a servire il suo signore.
Nonostante la sua assenza, Bennosuke è cresciuto all’ombra di quel padre dalla fama ingombrante e sin da piccolo ha sempre sentito sulle spalle la grande responsabilità di dover essere alla sua altezza, di impegnarsi per onorare il nome di suo padre e non rappresentare per lui una delusione.
Quando Munisai torna finalmente al villaggio, però, l’incontro tra i due non è affatto come il ragazzo aveva immaginato. Inoltre, l’allontanamento di Munisai dal villaggio nasconde un terribile segreto che persino i suoi zii gli avevano sempre tenuto nascosto.
Nonostante tutto, però, il samurai non può fare a meno di notare il grande potenziale del ragazzo e decide di addestarlo per farlo diventare un guerriero.
Ma quel mondo adulto, duro e crudele per il quale Bennosuke si sta preparando, piomba su di li fin troppo presto e il ragazzo non impiega molto a rendersi conto che la vita di un samurai non è fatta solo di onori, glorie e ricchezze, ma anche di rigide regole da rispettare, di umiliazioni, di violenza e di morte.
Per nascondere la sua vera identità ai suoi nemici, Bennosuke decide di cambiare nome in Musashi Myamoto, un nome che resterà per sempre impresso nella storia del Giappone.
Ma prima che ciò accada, Bennosuke dovrà fare i conti con la fame, con la vergogna, con la disillusione per un mondo che credeva diverso e, non per ultimo, con il crollo della sua fede nella Via del Guerriero, che lo porterà a condannare la più grande aspirazione dei samurai, quella di fare una “buona morte”.

“E’ tutto uno schifo. Lo capisco adesso. Anche se fosse stato scritto a caratteri cubitali, lo avrei capito solo adesso. Tutto questo culto della morte costruito per servire uomini come te. E la gente lo accetta senza batter ciglio… Tutti percorrono la stessa via già percorsa milioni di volte”

Una bellissima e appassionante storia di formazione che vede il ragazzo diventare uomo e l’uomo un guerriero.
Fluida e scorrevole la scrittura di Kirk, e anche se piuttosto “spartana” e priva di fronzoli non manca di una certa poesia.
Dal finale mi aspettavo forse qualcosa di più, ma poiché l’opera è parte di una serie sapevo già che sarebbero rimaste delle questioni in sospeso.
Ad ogni modo mi è piaciuto molto e sicuramente comprerò presto il seguito, pubblicato qualche mese fa in Italia da Newton Compton col titolo La spada del samurai.

Il nome della rosa, Umberto Eco

595824Ultima settimana del novembre 1327. Il novizio Adso da Melk accompagna in un’abbazia dell’alta Italia frate Guglielmo da Baskerville, incaricato di una sottile e imprecisa missione diplomatica. Ex inquisitore, amico di Guglielmo di Occam e di Marsilio da Padova, frate Guglielmo si trova a dover dipanare una serie di misteriosi delitti (sette in sette giorni, perpetrati nel chiuso della cinta abbaziale) che insanguinano una biblioteca labirintica e inaccessibile. Per risolvere il caso, Guglielmo dovrà decifrare indizi di ogni genere, dal comportamento dei santi a quello degli eretici, dalle scritture negromantiche al linguaggio delle erbe, da manoscritti in lingue ignote alle mosse diplomatiche degli uomini di potere. La soluzione arriverà, forse troppo tardi, in termini di giorni, forse troppo presto, in termini di secoli.

La mia recensione:

Inizio col dire che alcune parti di questo romanzo mi hanno annoiata terribilmente, quelle liste infinite di nomi, quelle digressioni filosofiche senza fine, quelle descrizioni che metà delle parole non conoscevo neanche il significato (e credetemi sulla mia ignoranza, erano anni che non incontravo in un libro termini di cui non conoscevo il significato).
La domanda è: ci si può annoiare leggendo un libro e trovarlo comunque fantastico?
Perché è quello che mi è successo con quest’opera.
E non lo dico per “paraculismo” intellettuale, ho già detto che sono troppo poco colta per leggere un libro del genere senza annoiarmi, ma nonostante la noia questo romanzo mi ha stregata.
Per impegni personali, ho impiegato una vita a leggere la prima metà, ma ho divorato la seconda nel giro di un paio di giorni.
Il modo di scrivere di Eco, nonostante la “pesantezza” di alcuni argomenti trattati, scorre meravigliosamente, e sotto la coltre di paroloni c’è una trama intrigante e misteriosa, che come ogni buon thriller porta il lettore a voler scoprire il “cosa succede dopo”, anche se questo “dopo” Eco ce lo fa sudare.
Ma la cosa che mi ha affascinata più di tutte è l’elemento attorno al quale ruota tutta la trama, il Labirinto.
Ho amato la parte in cui Guglielmo e Adso ricostruiscono la pianta dell’Edificio guardandolo dall’esterno, e quando mi sono ritrovata davanti il disegno della mappa, sono rimasta per un bel pezzo ad ammirarla, per riuscire a capirne anche io tutti i segreti.
A dirla tutta, penso che qualsiasi amante dei libri non possa fare a meno di restare ammaliato da una storia che ruota intorno a una biblioteca inaccessibile, custodita da persone disposte a uccidere pur di difendere il sapere che contiene (difendere da chi o da cosa è tutto dire, ma non importa).
(view spoiler)
Questo libro ha dietro un lavoro immane e si vede, la genialità e la cultura di Eco qui sono innegabili, messe in bellissima mostra in queste pagine dove storia, filosofia, religione e mistero si intrecciano in modo impeccabile.
Tra i personaggi, ho apprezzato particolarmente Guglielmo per la sua arguzia e la sua ironia che spesso mi ha fatto sorridere.

“Sì, c’è una lussuria del dolore, come c’è una lussuria dell’adorazione e persino una lussuria dell’umiltà. Se bastò così poco agli angeli ribelli per mutare il loro ardore d’adorazione e umiltà in ardore di superbia e di rivolta, cosa dire di un essere umano? Ecco, ora lo sai, fu questo pensiero che mi colse nel corso delle mie inquisizioni. E fu per questo che rinunciai a quella attività. Mi mancò il coraggio di inquisire sulle debolezze dei malvagi, perché scoprii che sono le stesse debolezze dei santi.”

Prima di chiudere, devo per forza fare un acce”Sì, c’è una lussuria del dolore, come c’è una lussuria dell’adorazione e persino una lussuria dell’umiltà. Se bastò così poco agli angeli ribelli per mutare il loro ardore d’adorazione e umiltà in ardore di superbia e di rivolta, cosa dire di un essere umano? Ecco, ora lo sai, fu questo pensiero che mi colse nel corso delle mie inquisizioni. E fu per questo che rinunciai a quella attività. Mi mancò il coraggio di inquisire sulle debolezze dei malvagi, perché scoprii che sono le stesse debolezze dei santi.”nno alle Postille a Il nome della rosa, perché tra quelle pagine ho trovato un piccolo tesoro, una lezione di scrittura per la quale (scrittrice in fasce che sono) sono infinitamente grata al professore Umberto Eco.
Non so se un giorno rileggerò il libro, ma sono certa che tornerò spesso su quelle pagine finali.

“Un grande romanzo è quello in cui l’autore sa sempre a che punto accelerare, frenare e come dosare questi colpi di pedale nel quadro di un ritmo di fondo che rimane costante. […] C’è un pensiero compositivo che pensa anche attraverso il ritmo delle dita che battono sulla tastiera.”