Il Gattopardo, Tomasi di Lampedusa

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“Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra.”

Ben ritrovati lettori!
Finalmente oggi, dopo tanto tempo, riesco a proporvi una nuova recensione letteraria!
Questo 2017, con la scandalosa media di soli 5 libri letti in otto mesi, si sta decretando il mio anno nero per quanto riguarda la lettura, ma per fortuna ogni tanto capita di trovare dei libri che ne valgono dieci.

Questo è sicuramente il caso de Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, splendida perla della letteratura italiana ambientato in Sicilia nella seconda metà dell’Ottocento. L’intera vicenda narrata si svolge in uno dei periodi più significativi per la storia della nostra nazione, ovvero l’anno dello sbarco dei Mille di Garibaldi e il successivo declino del regno borbonico, sacrificato sull’altare del Regno d’Italia e dell’unità (almeno sulla carta) del paese.

Il romanzo ruota intorno alla famiglia Salina, una delle più nobili e antiche casate dell’aristocrazia siciliana.
I Salina rappresentano l’emblema della tradizione e dei valori antichi, di quella ricchezza spirituale prima che materiale, di un’intera classe sociale destinata ad essere gradualmente rimpiazzata dalla borghesia e dal suo sistema improntato unicamente alla praticità e alla “monetizzazione”.
L’ascesa della borghesia a discapito dell’aristocrazia è un processo che avviene in maniera naturale, un semplice adattamento al cambiamento dei tempi: la mentalità borghese è più efficiente e più utile per la costruzione della nuova Italia rispetto alla vecchia aristocrazia, rigidamente attaccata al proprio passato e a un sistema di valori che presto sarebbero stati considerati superflui.

Assoluto protagonista del romanzo è il Principe Fabrizio di Salina, un personaggio che io ho trovato assolutamente straordinario.
Il Principe è un uomo raffinato, colto, sensibile e profondamente intelligente, tanto che riesce ad analizzare lucidamente e con assoluta razionalità ogni cambiamento che avviene a livello politico e a prevedere le conseguenze che esso implica per la sua famiglia, il suo ceto e la sua Sicilia.
Ciò che mi ha colpito molto di Fabrizio è la sua disillusione, il suo essere privo di quell’aura di intoccabilità che a volte hanno gli uomini ricchi e potenti: egli è consapevole che il tramonto dell’era borbonica è vicino e che esso segnerà anche la fine del fasto della famiglia Salina, e infatti egli stesso si considera “l’ultimo gattopardo” (storico simbolo dei Salina).

Calogero Sedara rappresenta invece l’altra faccia della medaglia del cambiamento dei tempi: egli è il classico esempio del parvenu, del borghese senza scrupoli che grazie alla sua praticità e alla sua scaltrezza è riuscito a costruire una fortuna e a scalare la piramide sociale, arrivando finanche a ricoprire la carica di sindaco (figura, questa, introdotta dal nuovo regime italico) di Donnafugata, uno dei maggiori feudi della famiglia Salina.
Sedara è un uomo che, per dirla con parole di Wilde, sa il prezzo di ogni cosa ma non ne conosce il valore. E’ grezzo, poco elegante e senza il minimo gusto per la bellezza e per l’arte, eppure persino Fabrizio riconosce che la sua abilità nel fare affari e la sua ottimale gestione del denaro rappresentano un pregio che nella società moderna risulta di fondamentale importanza.

Il matrimonio tra Angelica, bellissima e ambiziosa figlia di Don Calogero, e Tancredi Falconeri, nipote di Fabrizio, giovane intraprendente e affascinante appartenente a una nobile famiglia ma privo di patrimonio proprio, segna l’anello di congiunzione tra il passato e il presente e la nascita di una nuova società che presenterà elementi comuni all’uno e all’altro.

Credo sia impossibile non apprezzare Il Gattopardo.
Io ne sono rimasta profondamente affascinata, innanzitutto per via dello stile di scrittura di Tomasi di Lampedusa, uno dei migliori che abbia mai riscontrato, elegante e ricercato senza tuttavia risultare mai pesante, e poi perché è un libro ricco di spunti di riflessione e di introspezione, ai quali dà voce il personaggio di Fabrizio Salina, che ho amato molto.
L’atmosfera decadente del romanzo trasmette al lettore quella sensazione dolceamara di malinconia che lasciano sempre le cose belle quando arrivano alla fine, ma nonostante questo la lettura è molto piacevole e scorrevole.

Consigliato!

“In Sicilia non importa far male o far bene; il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di ‘farè. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il ‘la’; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemila cinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso.”
[…] Lei mi parlava poco fa di una giovane Sicilia che si affaccia alle meraviglie del mondo moderno; per conto mio mi sembra piuttosto una centenaria trascinata in carrozzella alla Esposizione Universale di Londra, che non comprende nulla, che s’impipa di tutto, delle acciaierie di Sheffield come delle filande di Manchester, e che agogna soltanto di ritrovare il proprio dormiveglia fra i suoi cuscini sbavati e il suo orinale sotto il letto.”

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La luna e i falò, Cesare Pavese

Buon mercoledì cari lettori! Come state? Pronti a una nuova recensione libresca?
Ebbene, oggi vi parlo della mia ultima lettura, La luna e i falò di Cesare Pavese.

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Chi mi conosce sa che non sono una grande appassionata di letteratura italiana, anzi difficilmente trovo opere che riesca ad apprezzare a pieno.
So che rappresentano la nostra cultura, la storia del nostro paese, eccetera eccetera, ma in tutta sincerità le trovo (a parte poche eccezioni) noiose, poco interessanti e intrise di provincialità.
Non che non siano bei libri, o libri validi, anzi. Semplicemente non fanno per me.

Ad ogni modo, visto che mi secca ignorare la cultura del mio paese, ho deciso di impormi di leggere almeno cinque opere di letteratura italiana all’anno.
Ed eccomi qui, a raccontarvi la quarta.

Leggere questo libro mi ha ricordato le storie che ogni tanto mi raccontano i miei nonni.
Anche loro sono cresciuti e vissuti in un piccolo paese di provincia, un paese in una costellazione di paesi vicini e simili tra loro.
Il mio paese si trova in Calabria e non in Piemonte, e qui la lotta partigiana non c’è mai stata, ma le loro storie sono simili a quelle di Pavese: avere poco, quasi nulla, e nonostante questo crescere felici, le feste popolari e i giochi con gli amici, coltivare le terre per sopravvivere, conoscere i nomi di ogni singola persona del paese, conoscere le loro storie.
E poi persone andate via, persone partite e mai ritornate, persone che sono morte.
Ecco, La luna e i falò mi ha ricordato il passato del mio paese, o almeno l’immagine che me ne sono fatta tramite i racconti nostalgici dei miei nonni.

Ma ora basta divagare e torniamo al nostro libro.

“A me questi romanzi piacevano, ma possibile che piacessero anche a Irene, a Silvia, a loro ch’erano signore e non avevano mai conosciuta la Virgilia né pulita la stalla? Capii che Nuto aveva davvero ragione quando diceva che vivere in un buco o in un palazzo è lo stesso, che il sangue è rosso dappertutto, e tutti vogliono esser ricchi, innamorati, far fortuna.”

Protagonista è Anguilla, un uomo che ritorna nel paese dove è cresciuto dopo aver passato vent’anni in America.
Anguilla è un orfano, adottato da una famiglia di contadini principalmente per avere le cinque lire che  il municipio passava loro per il suo sostentamento.
Il ragazzo sa che quella non è la sua vera famiglia, gli amici lo chiamano “bastardo”, tuttavia la sua infanzia in quella casa scorre abbastanza spensieratamente.
La famiglia però è costretta a vendere la casa e il terreno e a trasferirsi in un altro paese e non possono permettersi di portare anche lui, così Anguilla viene preso a lavorare in un’altra tenuta del paese, la Mora. Qui trascorre tutta la sua adolescenza, fino all’età adulta, fino al momento di partire militare e poi salpare fino ai confini del mondo.

La partenza, il viaggio, affascinano da sempre il ragazzo, inconsapevolmente alla ricerca di un posto a cui appartenere o di uno in cui sistemarsi.
Dopo essere arrivato fino in America, però, Anguilla si rende conto che in fondo tutti i posti sono uguali, che se non hai una famiglia, una terra che ti appartiene, qualcosa da lasciare e qualcosa a cui tornare, un paese vale l’altro.

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.”

Anguilla decide allora di tornare nel paese dove è cresciuto,  l’unico posto che abbia mai sentito suo, perché anche se lì non ha radici né famiglia, è l’unico posto di cui abbia almeno dei bei ricordi, una nostalgia simile a quella di casa.

E una volta tornato, Anguilla, diventato un uomo e avendo fatto fortuna, si rende conto che forse ciò che aveva sempre cercato non era una destinazione, ma un punto di partenza.

“Potevo spiegare a qualcuno che quel che cercavo era soltanto di vedere qualcosa che avevo già visto?”

Delle persone che Anguilla aveva conosciuto in giovinezza, però, non rimane quasi più nessuno.
Le sue sorelle adottive sono morte, e così anche il suo padre adottivo che egli chiama Padrino; le figlie del padrone della Mora hanno tutte fatto una brutta fine, persino Santina, che egli ha visto per l’ultima volta quando questa aveva solo sei anni.

Anguilla, il ragazzo bastardo, il contadino, ora è un signore che discute con il Cavaliere e che potendo potrebbe persino comprare un pezzo di terra, eppure non c’è rimasto più nessuno che si ricordi di lui, non ci sono né vecchi amici né vecchi nemici ai quali mostrare la persona che è diventato.
L’unico ad essere rimasto è Nuto. Nuto è stato il suo migliore amico di gioventù, il suo mentore, l’amico saggio, colui che gli ha insegnato a ragionare come un adulto.
Nuto però è cambiato, è un uomo che ha visto succedere tante cose, che ha vissuto in prima persona la lotta partigiana, ed è diventato cinico e disilluso.

Ma anche se non c’è più nessuno ci sono ancora i ricordi, che bastano a riportarlo indietro nel tempo a un’altra stagione della sua vita, dove ogni cosa adesso sembrava più semplice.

“A quei tempi non mi capacitavo che cosa fosse questo crescere, credevo fosse solamente fare delle cose difficili. Non sapevo che crescere vuol dire andarsene, invecchiare, veder morire, ritrovare la Mora com’era adesso.”

Mi è piaciuto molto il modo in cui è stata affrontata la tematica della ricerca delle proprie radici e del proprio posto, i flashback invece mi hanno un po’ annoiata.
Sullo sfondo della vicenda del singolo si apre la storia con la S maiuscola: i richiami alla lotta partigiana e al fascismo sono vaghi e di contorno, ma indubbiamente importanti, soprattutto considerata la rilevanza che hanno avuto nella vita dell’autore (il romanzo, infatti, è in parte autobiografico).

Un libro indubbiamente malinconico, che parla di partenze e di ritorni, di cose che cambiano e di altre che restano uguali, di miseria e di fortuna.

Non mi ha fatto impazzire, ma non mi affatto dispiaciuto.

 

Il nome della rosa, Umberto Eco

595824Ultima settimana del novembre 1327. Il novizio Adso da Melk accompagna in un’abbazia dell’alta Italia frate Guglielmo da Baskerville, incaricato di una sottile e imprecisa missione diplomatica. Ex inquisitore, amico di Guglielmo di Occam e di Marsilio da Padova, frate Guglielmo si trova a dover dipanare una serie di misteriosi delitti (sette in sette giorni, perpetrati nel chiuso della cinta abbaziale) che insanguinano una biblioteca labirintica e inaccessibile. Per risolvere il caso, Guglielmo dovrà decifrare indizi di ogni genere, dal comportamento dei santi a quello degli eretici, dalle scritture negromantiche al linguaggio delle erbe, da manoscritti in lingue ignote alle mosse diplomatiche degli uomini di potere. La soluzione arriverà, forse troppo tardi, in termini di giorni, forse troppo presto, in termini di secoli.

La mia recensione:

Inizio col dire che alcune parti di questo romanzo mi hanno annoiata terribilmente, quelle liste infinite di nomi, quelle digressioni filosofiche senza fine, quelle descrizioni che metà delle parole non conoscevo neanche il significato (e credetemi sulla mia ignoranza, erano anni che non incontravo in un libro termini di cui non conoscevo il significato).
La domanda è: ci si può annoiare leggendo un libro e trovarlo comunque fantastico?
Perché è quello che mi è successo con quest’opera.
E non lo dico per “paraculismo” intellettuale, ho già detto che sono troppo poco colta per leggere un libro del genere senza annoiarmi, ma nonostante la noia questo romanzo mi ha stregata.
Per impegni personali, ho impiegato una vita a leggere la prima metà, ma ho divorato la seconda nel giro di un paio di giorni.
Il modo di scrivere di Eco, nonostante la “pesantezza” di alcuni argomenti trattati, scorre meravigliosamente, e sotto la coltre di paroloni c’è una trama intrigante e misteriosa, che come ogni buon thriller porta il lettore a voler scoprire il “cosa succede dopo”, anche se questo “dopo” Eco ce lo fa sudare.
Ma la cosa che mi ha affascinata più di tutte è l’elemento attorno al quale ruota tutta la trama, il Labirinto.
Ho amato la parte in cui Guglielmo e Adso ricostruiscono la pianta dell’Edificio guardandolo dall’esterno, e quando mi sono ritrovata davanti il disegno della mappa, sono rimasta per un bel pezzo ad ammirarla, per riuscire a capirne anche io tutti i segreti.
A dirla tutta, penso che qualsiasi amante dei libri non possa fare a meno di restare ammaliato da una storia che ruota intorno a una biblioteca inaccessibile, custodita da persone disposte a uccidere pur di difendere il sapere che contiene (difendere da chi o da cosa è tutto dire, ma non importa).
(view spoiler)
Questo libro ha dietro un lavoro immane e si vede, la genialità e la cultura di Eco qui sono innegabili, messe in bellissima mostra in queste pagine dove storia, filosofia, religione e mistero si intrecciano in modo impeccabile.
Tra i personaggi, ho apprezzato particolarmente Guglielmo per la sua arguzia e la sua ironia che spesso mi ha fatto sorridere.

“Sì, c’è una lussuria del dolore, come c’è una lussuria dell’adorazione e persino una lussuria dell’umiltà. Se bastò così poco agli angeli ribelli per mutare il loro ardore d’adorazione e umiltà in ardore di superbia e di rivolta, cosa dire di un essere umano? Ecco, ora lo sai, fu questo pensiero che mi colse nel corso delle mie inquisizioni. E fu per questo che rinunciai a quella attività. Mi mancò il coraggio di inquisire sulle debolezze dei malvagi, perché scoprii che sono le stesse debolezze dei santi.”

Prima di chiudere, devo per forza fare un acce”Sì, c’è una lussuria del dolore, come c’è una lussuria dell’adorazione e persino una lussuria dell’umiltà. Se bastò così poco agli angeli ribelli per mutare il loro ardore d’adorazione e umiltà in ardore di superbia e di rivolta, cosa dire di un essere umano? Ecco, ora lo sai, fu questo pensiero che mi colse nel corso delle mie inquisizioni. E fu per questo che rinunciai a quella attività. Mi mancò il coraggio di inquisire sulle debolezze dei malvagi, perché scoprii che sono le stesse debolezze dei santi.”nno alle Postille a Il nome della rosa, perché tra quelle pagine ho trovato un piccolo tesoro, una lezione di scrittura per la quale (scrittrice in fasce che sono) sono infinitamente grata al professore Umberto Eco.
Non so se un giorno rileggerò il libro, ma sono certa che tornerò spesso su quelle pagine finali.

“Un grande romanzo è quello in cui l’autore sa sempre a che punto accelerare, frenare e come dosare questi colpi di pedale nel quadro di un ritmo di fondo che rimane costante. […] C’è un pensiero compositivo che pensa anche attraverso il ritmo delle dita che battono sulla tastiera.”

 

Se una notte d’inverno un viaggiatore, Italo Calvino

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Un viaggiatore, una piccola stazione, una valigia da consegnare a una misteriosa persona… Da questa premessa si possono snodare innumerevoli vicende, ma sono dieci quelle che l’autore propone in questo sorprendente e godibilissimo romanzo.

La mia recensione:

L’appellativo di originale devo concederglielo, e l’idea è veramente buona, ma niente di più.
L’inizio prometteva bene, ma la mia attenzione si è dileguata man mano che andavo avanti nella lettura.
Onestamente sono arrivata alla fine per il solo fatto che non lascio mai i libri a metà, e questo vi fa capire quanto io sia stata entusiasta di ritrovarmi a leggere ben dieci incipit di romanzi mai terminati. E dire che alcuni di essi promettevano anche bene.
Non so. La prosa di Calvino è eccellente, ma la storia per i miei gusti lascia molto a desiderare. Potevano esserci meno giri e più sostanza. O no?
No, forse semplicemente non è un libro che fa per me.
(E in fondo ne ero consapevole ancor prima di iniziarlo, ci sarà un motivo se è stato in libreria a prendere polvere per più di cinque anni).
Insoddisfatta.

“La tua casa, essendo il luogo in cui tu leggi, può dirci qual è il posto che i libri hanno nella tua vita, se sono una difesa che tu metti avanti per tener lontano il mondo di fuori, un sogno in cui sprofondi come in una droga, oppure se sono dei ponti che getti verso il fuori, verso il mondo che t’interessa tanto da volerne moltiplicare e dilatare le dimensioni attraverso i libri.”