Aristotle and Dante Discover the Secrets of the Universe, Benjamin Alire Sáenz

Dante can swim. Ari can’t. Dante is articulate and self-assured. Ari has a hard time with words and suffers from15801353 self-doubt. Dante gets lost in poetry and art. Ari gets lost in thoughts of his older brother who is in prison. Dante is fair skinned. Ari’s features are much darker. It seems that a boy like Dante, with his open and unique perspective on life, would be the last person to break down the walls that Ari has built around himself.
But against all odds, when Ari and Dante meet, they develop a special bond that will teach them the most important truths of their lives, and help define the people they want to be. But there are big hurdles in their way, and only by believing in each other―and the power of their friendship―can Ari and Dante emerge stronger on the other side.

 

La mia recensione:

“The summer sun was not meant for boys like me. Boys like me belonged to the rain.”

Questo libro è esattamente tutto ciò che uno young adult dovrebbe essere.

Ho passato da qualche anno l’età dell’adolescenza, ma per alcuni versi a volte sembra che quell’età non sia del tutto terminata: la ricerca di un proprio posto nel mondo, le difficoltà a relazionarsi con gli altri, le mille domande senza risposta. E fare i conti con i propri sentimenti, e restare se stessi anche quando la gente non approva ciò che sei.
Essere adolescenti non è affatto facile, e crescere lo è ancora di meno.

Quello che voglio dire è che probabilmente ho amato questo libro perché mi sono sentita incredibilmente vicina ai personaggi, perché mi sembra di averli compresi fino in fondo.
Perché tutti, credo, una volta si sono sentiti sperduti e spaventati e inadeguati come Ari, e avrebbero voluto un Dante che dicesse loro che gli uccelli esistono affinché noi possiamo conoscere il cielo. Che la vita può essere anche così, semplice, genuina, senza trucchi.
A volte basta solo accettare il fatto di essere come siamo e il fatto che gli altri siano diversi da noi.

[..]”Is love a contest?”
“What does that mean?”
“Maybe everyone loves differently. Maybe that’s all that matters”

Libro bellissimo, di una dolcezza e di una spontaneità disarmante. Impossibile non innamorarsene.

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La bellezza delle cose fragili, Taiye Selasi

Kweku Sai è morto all’alba, davanti al mare della sua casa in Ghana. Quella casa l’aveva disegnat24486221a lui stesso su un tovagliolino di carta, tanti anni prima. Una casa che fosse contenuta in una casa più grande – il Ghana, da cui era fuggito giovanissimo – e che, a sua volta, contenesse una casa più piccola, la sua famiglia. Ma quella mattina Kweku è lontano dai suoi quattro figli e dalla moglie Fola. Tra loro, adesso, ci sono «chilometri, oceani, fusi orari (e altri tipi di distanze più difficili da coprire, come il cuore spezzato, la rabbia, il dolore calcificato e domande che per troppo tempo nessuno ha fatto)». Perché il chirurgo più geniale di Boston, il ragazzo prodigio che da un villaggio africano era riuscito a scalare le più importanti università statunitensi, il padre premuroso e venerato, il marito fedele e innamorato, oggi muore lontano dalla sua famiglia? Un affresco potente e vertiginoso del mondo globalizzato in cui viviamo, il romanzo di una famiglia contemporanea, divisa tra rancori e speranze, convinta che l’unico modo per andare avanti sia quello di non guardarsi mai alle spalle.

La mia recensione:

“Pensa – e una fitta gli afferra il petto – che a volte il mondo è troppo bello. Che non ha peso, il mondo – la rugiada sull’erba, la luce sulla rugiada, la sfumatura di quella luce -, ed è un’idea difficile da accettare, per un medico come lui, consapevole che queste cose quasi mai vivono più di una notte – accettare che queste cose esistano nel mondo ma non per il mondo, non a lungo, almeno.”

Ho impiegato una vita a leggere questo libro. Poche pagine alla volta ogni giorno, un po’ per mancanza di tempo e un po’ perché non è un libro molto scorrevole, ma uno di quelli da leggere con attenzione, forse anche da assaporare lentamente, come ho fatto io.
Protagonista una famiglia di origini africane, composta da sei elementi: Kweku, il Padre, il brillante ragazzo che da un piccolo villaggio ghanese è arrivato negli States e si è fatto strada fino a diventare un chirurgo eccezionale;Fola, la Madre, la principessa con il sogno di diventare avvocato, sogno abbandonato per formare una famiglia insieme a Kweku; poi c’è Olu, il Figlio Maggiore, che segue le orme del padre e diventa medico; i Gemelli,Kehinde e Taiwo, maschio e femmina, straordinariamente belli ma irrequieti e sofferenti; infine Sadie, la piccola, instabile, Sadie, il piccolo miracolo.
Una famiglia di successo, impegnata ad avere successo, a guadagnarsi il proprio posto in America, a diventare americani.
E ci riescono, fino a un certo punto, fino a quando tutto non crolla e la famiglia inizia a disgregarsi e a prendere strade diverse.
Prima Kweku, incapace di ammettere davanti alla moglie il suo fallimento, poi Olu, che si rintana nel lavoro e si crea una barriera di freddezza, poi i gemelli, che dopo un litigio nato da un’incomprensione (e da molte cose non dette del passato, da orrori che nessuno dei due ha voglia di ricordare) non parlano per due anni, poi Sadie e i suoi complessi e il suo bisogno di affetto, che la portano ad allontanarsi dall’adorata madre, infine Fola, che ritorna in Ghana, alle origini.
Vite separate, per anni, il non sentirsi più nemmeno una famiglia.
Il perdersi, poi all’improvviso il ritrovarsi, nel più tragico degli eventi: la morte di Kweku, il padre che con il suo abbandono aveva dato inizio alla distruzione della loro famiglia e che i figli e la moglie non vogliono neanche nominare.
La morte di Kweku, come una forza centrifuga che li spinge tutti verso un unico punto, porta tutta la famiglia a riunirsi in Ghana, quel Ghana per loro sconosciuto e nel quale tuttavia risiede la loro storia.
Storie di solitudini e di sofferenze diverse, che si incontrano, si scontrano e si ricompongono.
Un libro potente, e allo stesso tempo delicato, fragile.

“Adesso fissa le cose che brillano, catturato da tanta bellezza, e sa quello che già sapeva tanti inverni fa: quando ci si trova davanti a qualcosa di fragile e perfetto in un mondo che è brutto, terribile e crudele, conviene non dare nomi. Meglio fingere che la cosa non esista.
E una seconda fitta ora, perché la perfezione esiste, si ostina a esistere nelle cose piú vulnerabili, incurante del fatto che Kweku si rifiuti – un rifiuto ammirevole per la logica che lo motiva – di accoglierla nel suo cuore e nella sua mente. Perché la logica inclemente, la disgrazia di chi è dotato di lucidità, gira e rigira, lo spingono sempre a sbattere la testa contro lo stesso muro: (a) la futilità della visione, a fronte della fatalità della bellezza, soprattutto della bellezza insita nelle cose fragili e in un posto come quello, dove una madre ancora sporca di sangue è costretta a seppellire il figlio appena nato, sciacquarsi con un tubo di gomma per poi tornare a casa a schiacciare patate dolci; (b) la persistenza della bellezza, proprio nelle cose piú fragili: una goccia di rugiada all’alba, una cosa destinata a finire nel giro di qualche istante, in un giardino, in Ghana, il Ghana, terra rigogliosa, morbida, verde, dove le cose fragili muoiono.”

L’ordine della spada (Black Friars #1), Virginia de Winter

9720878Chi è Eloise Weiss? Perché il più antico vampiro della stirpe di Blackmore abbandona per lei l’eternità suscitando le ire di Axel Vandemberg, glaciale Princeps dello Studium e tormentato amore della giovane?
La Vecchia Capitale si prepara alla Vigilia di Ognissanti e il coprifuoco è vicino perché il Presidio sta per aprire le sue porte. Il lento salmodiare delle orde di penitenti che si riversano per le vie, in cerca di anime da punire, è il segnale per gli abitanti di affrettarsi nelle proprie case, ma per Eloise Weiss è già troppo tardi. Scambiata per una vampira, cade vittima dell’irrazionalità di una fede che brucia ogni cosa al suo passaggio. In fin di vita esala una richiesta d’aiuto che giunge alle soglie della tomba dove Ashton Blackmore, un redivivo secolare, riposa protetto dalle ombre della Cattedrale di Black Friars. Il richiamo della ragazza è un sussurro che si trasforma in ordine, irrompe nella sua mente e lo riporta alla vita. Nobili vampiri di vecchie casate, spiriti reclusi e guerrieri, eroici umani e passioni che il tempo non è riuscito a cancellare: Black Friars – L’ordine della Spada è un mondo nuovo che profuma di antico, un romanzo che si ammanta di gotico per condurre il lettore tra i vicoli della Vecchia Capitale o negli antri del Presidio, in un viaggio che continua oltre la carta e non finisce con l’ultima pagina.

La mia recensione:

Ho impressioni contrastanti su questo libro.
Pensavo che mi sarebbe piaciuto di più, invece per diversi motivi le mie aspettative sono state un po’ deluse.
Innanzitutto, c’è l’ostacolo insuperabile, quello della scrittura della De Winter. E’ più forte di me, non la tollero.
E’ una scrittura elegante ed elaborata, sì, ma anche pesante, così pesante che porta quasi a fondo con sé l’intera narrazione.
Le metafore contorte, le infinite descrizioni e la peculiarità con la quale descrive ogni cosa mi hanno esasperato e mi hanno tolto gran parte del piacere della lettura. Ma dico, c’è davvero bisogno di ripetere ogni due pagine quanto si muova in fretta Ashton, quanto siano verdi gli occhi di Adrian e biondi i capelli di Axel, e quanto siano maledettamente belli tutti quanti?
Il tutto mi ha dato l’impressione di una bella storia sepolta sotto una marea di parole superflue e fastidiose.
Capisco che questo stile sia proprio la peculiarità dell’autrice, e so che è molto apprezzato, ma io non lo sopporto.
Detto questo, la storia in sé invece è davvero interessante. Un mondo tutto nuovo, in cui il potere è diviso tra diverse famiglie e l’università è un’istituzione a sé stante, con le sue regole e i suoi confini. (Il funzionamento del sistema per me resta ancora un po’ oscuro, io mi sarei soffermata di più su questo aspetto, ma forse verrà approfondito nei prossimi libri). Un mondo in cui i redivivi, i vampiri, vivono mescolati agli umani e in alcuni casi collaborano con essi; un mondo dove le ombre, le creature del Presidio, sono tenute sotto chiave e perennemente sorvegliate dai Frati Neri, tranne una notte all’anno, la notte di Ognissanti.
Quella notte, Eloise viene scambiata per un vampiro e attaccata, a salvarla è un potere che non sapeva di avere, un potere che in molti temono e vorrebbero distruggere e che mette a repentaglio la sua vita e quella di coloro che vogliono proteggerla.
Ben caratterizzati i personaggi, anche se alcuni comportamenti sia di Eloise che di Axel mi hanno dato sui nervi: Eloise perché fa di continuo cose sconsiderate (coraggio o solo un’altro caso di sindrome da eroina che vuole salvare il mondo?) e tutti si precipitano a salvarla, Axel perché spesso e volentieri fa il prepotente, anche se per fini giusti (io direi che quei due schiaffi da parte di Eloise se li meritava, insomma, anche se alla fine gli si perdona tutto perché è… beh, perché è Axel).
Onestamente questo primo volume non mi ha catturato al punto da morire dalla voglia di leggere il secondo libro della saga, anzi per il momento non mi passa neanche per la testa, ma la curiosità di sapere come continua la storia c’è, quindi un giorno o l’altro la riprenderò sicuramente.
Per ora, quindi, giudizio in sospeso, e un po’ di disappunto.

Altai, Wu Ming

7852660Quindici anni dopo l’epilogo di Q.
Venezia, Anno Domini 1569. Un boato scuote la notte, il cielo è rosso e grava sulla laguna: è l’Arsenale che va a fuoco, si apre la caccia al colpevole. Un agente della Serenissima fugge verso oriente, smarrito, «l’anima rigirata come un paio di brache». Costantinopoli sarà l’approdo. Sulla vetta della potenza ottomana conoscerà Giuseppe Nasi, nemico e spauracchio d’Europa, potente giudeo che dal Bosforo lancia una sfida al mondo e a due millenni di oppressione.
Intanto, ai confini dell’impero, un altro uomo si mette in viaggio, per l’ultimo appuntamento con la Storia. Porta al collo una moneta, ricordo del Regno dei Folli.
Echi di rivolte, intrighi, scontri di civiltà. Nuove macchine scatenano forze inattese, incalzano il tempo e lo fanno sbandare. Nicosia, Famagosta, Lepanto: uomini e navi corrono verso lo scontro finale.

Eccomi arrivata al mio secondo appuntamento con i Wu Ming, readers!
Di seguito vi racconto com’è andata.

La mia recensione:

“Con gli anni, ho imparato che i mezzi cambiano il fine.”

Ero stata avvertita che di Q ne esiste uno solo e che Altai non era assolutamente all’altezza del suo precedente, e dopo aver appurato con i miei occhi non posso che confermare anche’io questa opinione.

Naturalmente è innegabile e magistrale l’immane lavoro di ricostruzione storica fatto dal collettivo e amo lo stile di scrittura, soprattutto per la capacità degli autori di descrivere e ricreare atmosfere così vivide che sembrano davvero trasportare nel passato.
Il romanzo è anche un buon romanzo, soltanto che a livello emotivo non mi ha trasmesso nulla: non mi sono appassionata in alcun modo né alla storia né ai personaggi.

Yossef Nasi è di un’ingenuità e al tempo stesso di un’arroganza quasi snervante: i suoi intenti sono buoni, ma non si rende conto che il suo sogno non è altro che un’impresa militare cruenta e sanguinosa della quale non è lui a muovere i fili e nella quale egli non è che uno strumento nel disegno di qualcuno di molto più potente e astuto di lui. Imperdonabilmente stupido.
Manuel, invece, non mi è piaciuto per la sua mancanza di personalità: nonostante i suoi dubbi sull’impresa di Nasi, non ha opposto particolari resistenze e anzi si è lasciato trasportare dalle parole e dagli entusiasmi di Yossef, rendendosi conto dell’errore soltanto quando lo ha avuto davanti al naso.
La storia non fa particolarmente onore neanche a Ismail: il grande generale Gert dal Pozzo esiliato ai margini del quadro, anche lui peccatore di inerzia di fronte al gigantesco errore di Nasi.

Insomma, il tutto non mi ha convinto per niente.
So che sono due libri discinti e diversi, sia scritti che ambientati in periodi differenti, ma purtroppo a lettura ultimata il paragone sorge spontaneo: se Q mi aveva straziata e fatta innamorare, Altai è riuscito appena appena ad interessarmi.

Il Cardellino, Donna Tartt

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Descrizione: Theo Decker sopravvive, appena tredicenne, all’attentato terroristico che in un istante manda in pezzi la sua vita. Solo, a New York, viene accolto dalla ricca famiglia di un compagno di scuola. Ma nella nuova casa di Park Avenue si sente a disagio, e la nostalgia per la madre lo tormenta. L’unica cosa che riesce a consolarlo è un piccolo quadro dal fascino singolare. Da lì, il suo futuro diventa una rocambolesca girandola di salotti chic, amori e criminalità, in balìa di una pulsione autodistruttiva impossibile da controllare.

La mia recensione:

Inizio col dire che questo libro mi ha lasciato una sensazione sia di vuoto che di appagamento, il che mi succede raramente, solo con libri che lasciano un segno profondo. Forse un po’ è anche merito della mole del libro (esagerata per molti, ma non per me), perché essere immersi per così tante pagine in una storia ti fa inevitabilmente affezionare a personaggi, luoghi e persino oggetti.

Ma andiamo per ordine, perché sto già iniziando a divagare e vorrei scrivere qualcosa di almeno vagamente sensato.
Perché questo libro mi è piaciuto tanto: perché se mescoli una storia interessante (nel senso più puro della parola) a uno stile narrativo impeccabile quello che ne esce fuori è per forza un capolavoro.
Avevo già avuto modo di constatare l’abilità della Tartt con Dio di Illusioni, e questo libro non fa che darmene un’ulteriore conferma: la cosa che più mi piace è il suo modo di esplorare gli animi dei personaggi, sviscerandone tutte le sfaccettature caratteriali e portando alla luce gli aspetti migliori e peggiori; mi piace che nelle sue storie non ci sia mai completamente buio o luce, ma sempre una combinazione delle due; infine mi piace il suo modo di scrivere, ricco e al contempo scorrevole, mai piatto o banale, una vera gioia per gli occhi.

Il Cardellino racconta la vita di Theo Decker dai suoi quattordici anni fino all’età adulta. [La storia inizia nel momento che segna inequivocabilmente l’esistenza di Theo: l’attentato al museo. La madre di Theo (unico suo punto di riferimento poiché il padre li ha abbandonati) muore, mentre lui sopravvive. Nella stessa circostanza, nel tentativo di portarlo via dall’inferno, di “salvarlo”, Theo entra in possesso di un famoso quadro esposto al museo: Il Cardellino, opera del pittore olandese Carel Fabritius.
Da questo momento in poi la vita di Theo è segnata dalla solitudine, una solitudine e un senso di estraneità costanti che segneranno definitivamente il suo carattere.
Theo vivrà per un breve periodo dai Barbour, prestigiosa famiglia del suo amico d’infanzia Andy, ma proprio quando inizia ad abituarsi a quel posto, il padre torna a prenderlo e lo porta a Las Vegas con sé e la sua compagna Xandra.

Il padre di Theo è ben lontano dall’essere un bravo genitore: è un giocatore d’azzardo, è dipendente da tranquillanti e calmanti, è incostante e non dimostra alcun segno di affetto verso il figlio. Né lui né Xandra si preoccupano di Theo, che vive solo in una casa vuota per gran parte del tempo e abbandonato a sé stesso, almeno fino all’incontro con Boris.

Theo a un certo punto dice: “Prima di Boris avevo sopportato la solitudine in modo abbastanza stoico, senza rendermi conto di quando fosse assoluta. E credo che se uno solo di noi due avesse avuto una famiglia quasi normale [..] non saremmo diventati così inseparabili”.

E in effetti Theo e Boris sviluppano una sorta di legame simbiotico che permette loro di sopravvivere in un modo o nell’altro, tra furti, droghe e quotidiane sbronze, una tendenza agli eccessi che entrambi si porteranno dietro negli anni.
Indubbiamente, Boris è l’altro grande protagonista della storia. Per molti versi sembra il negativo fotografico di Theo: sebbene siano molto simili, Boris ha un atteggiamento opposto rispetto alla vita. Theo si preoccupa di nascondere chi è davvero, cerca di conformarsi e di avere un’esistenza “normale” (lavoro onesto, relazione stabile, ecc) quando in realtà si sente soffocare dalla sua stessa esistenza, mentre Boris è noncurante, vive come vuole, senza curarsi troppo della moralità delle sue azioni, è uno che ama la vita e a cui piace godersela.
Dopo la morte del padre, Theo scappa da Las Vegas per tornare a New York, ma poiché non ha un posto dove andare cerca rifugio dall’unica persona di cui si fida: Hobart, il vecchio antiquario conosciuto anni prima in una circostanza sempre legata all’attentato del museo. Hobie accoglie Theo a casa sua e gli permette di vivere lì, e Theo si appassionerà al suo mestiere, l’antiquariato, e lo aiuterà a mettere in sesto il vecchio negozio. Negli anni Theo è diventato una persona rispettabile, ma è ancora dipendente dalle droghe, che gli rendono più sopportabile l’esistenza e lo aiutano ad andare avanti. Il quadro è sempre con lui, nascosto in un posto sicuro: nonostante gli procuri un sacco di apprensioni, per Theo rappresenta quasi un’ancora di salvezza, una certezza, una luce in una vita di oscurità. Ma Boris ricompare all’improvviso diversi anni dopo e Theo scopre solo allora che il suo amato quadro in realtà è stato rubato ed è in giro per l’Europa.
L’ultima parte della storia consiste in un travagliato e avventuroso viaggio ad Amsterdam insieme a Boris per tentare di ritrovare il quadro, e in qualche modo riescono a portare a termine la missione con successo.

Il Cardellino è una storia di una bellezza terribile, con una sorta di fascino quasi oscuro.
E’ una storia di solitudine e di profonda sofferenza, a tratti è un volo in caduta libera verso il baratro, dove gli appigli a cui aggrapparsi, sebbene ci siano, sono davvero pochi.
Bellissima la varietà di personaggi. Theo: autodistruttivo, negativo ma al contempo molto complesso, è un protagonista che mi è piaciuto moltissimo. Non chiedetemi perché, ma ho adorato Boris.
Due parole sul quadro “Il cardellino”: non sapevo neanche della sua esistenza prima di leggere il libro, ma sono contenta di averlo conosciuto così approfonditamente, nei minimi dettagli. Non capisco molto di arte, quasi niente ad essere sincera, ma quest’opera è davvero singolare. In questi giorni mi è capitato di guardarla spesso e trovo sia un’immagine che riflette alla perfezione il libro: solitudine, prigionia, tristezza, maestosità. Incredibile, la forza comunicativa dell’arte.

Credo che Il Cardellino non sia una lettura che fa per tutti o che tutti riescono ad apprezzare, ma se vi sentite pronti ad affrontarla vi assicuro che ne vale davvero la pena.

Dopo questo lungo sproloquio, vi lascio con una citazione che è diventata uno dei miei passi preferiti in assoluto della letteratura, tanto che molto spesso apro il libro soltanto per andarla a rileggere (tanto che ricordo a memoria persino il numero di pagina dove trovarla):

“Il cuore non si sceglie. Non possiamo obbligarci a desiderare ciò che è bene per noi o per gli altri. Non siamo noi a determinare il tipo di persone che siamo. Come fai a sapere cosa è giusto per te? Ogni psicologo, ogni consulente del lavoro, ogni principessa Disney conosce la risposta: “Su te stesso”. “Segui il tuo cuore”. Ma ecco ciò che vorrei davvero che qualcuno mi spiegasse.  Cosa succede se ti ritrovi con un cuore inaffidabile? Se questo cuore, per ragioni imperscrutabili, ti porta ostinatamente, avvolto in una nube di indicibile fulgore, lontano da tutto ciò che è sano, dal conforto dei piaceri domestici, dal senso civico e dai legami sociali e da tutte quelle che vengono comunemente considerate virtù per trascinarti invece verso uno stupendo falò di rovina, immolazione e disastro? Se il tuo io più profondo ti conduce cantando dritto verso il fuoco, devi voltargli le spalle? Tapparti le orecchie con la cera? Ignorare il perverso splendore che il cuore ti grida contro? Metterti sulla strada che ti porterà alla normalità, orari ragionevoli e regolari controlli medici, relazioni stabili e promozioni sicure, il “New York Times” e il brunch della domenica, il tutto con la promessa di diventare una persona migliore? O è meglio tuffarsi di testa e con una risata nel sacro fuoco che chiama il tuo nome?”