La moglie del Califfo, Renee Ahdieh

Buon lunedì e buon Halloween miei cari lettori, pronti per saperne di più sulla mia ultima lettura?
Dato il periodo, so che parlare di un romanzo horror sarebbe l’ideale, ma io non sono un’amante di questo genere letterario perciò dovrete “accontentarvi” di questo fantasy dalle atmosfere magiche che mi ha letteralmente stregato.

E sì, probabilmente ne avrete già sentito parlare, perché il libro in questione è La moglie del Califfo di Renee Ahdieh, un retelling della celebre raccolta di novelle orientali “Le mille e una notte”.

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“Per amore le persone prendono in considerazione l’impensabile… e spesso realizzano l’impossibile”.

Ho preso questo ebook durante l’estate, incuriosita sia dalla trama che dal riscontro positivo dei lettori sul web, e qualche giorno fa, mentre pensavo al prossimo libro da leggere dopo che George Martin mi aveva lasciato per l’ennesima volta con il cuore a pezzi, ho sentito il richiamo di questo romanzo provenire dal mio Kindle.

La storia è ambientata nel Khorāsān, antica regione situata nell’attuale Iran.
Il giovane califfo Khalid Ibn Al-Rashid è un uomo crudele e senza cuore, che sposa ogni giorno una ragazza diversa per poi ucciderla all’alba del giorno dopo.
Nessuno sa perché lo faccia e nessuno sembra avere il coraggio di fermarlo, anche se le rivolte verso di lui nelle strade di Rey, la capitale del califfato, aumentano di giorno in giorno.
Considerata la fine che fanno le mogli del califfo, tutti restano sorpresi quando la sedicenne Shahrzad si offre volontaria in sposa al crudele sovrano.
Persino Khalid, la notte dopo le nozze, fa visita alla ragazza per scoprire le ragioni che l’abbiano spinta a offrirsi volontaria, ma lei riesce a difendere il proprio segreto anche dallo sguardo da tigre del temibile mostro.
Le vere intenzioni di Shahrzad sono quelle di rimanere in vita il tempo sufficiente a scoprire le debolezze del califfo per poi ucciderlo e vendicare così la morte di Shiva, la sua migliore amica, morta come tutte le altre mogli del sovrano.

Shahrzad riesce a sopravvivere alla prima notte raccontando al califfo una storia che lascia in sospeso all’alba, con la promessa di riprendere il racconto la notte successiva se lui l’avesse lasciata in vita.
Contro ogni logica, Khalid acconsente e la notte successiva ritorna per ascoltare il seguito, e quando l’ennesima alba fa capolino nella stanza lui decide ancora una volta di salvarle la vita.
Shahrzad cerca di mantenere saldo il suo proposito iniziale e continua a indagare sul conto del califfo, ma in realtà più conosce il giovane re, più il suo odio e la sua sete di vendetta si affievoliscono perché Khalid non è affatto il mostro che lei immaginava: il più delle volte appare freddo, misterioso e calcolatore, ma in realtà è gentile, disposto a tutto per proteggere le persone che ama e i suoi baci sanno di miele e raggi di sole.
Shahrzad, contro la sua stessa volontà, tradisce i suoi propositi di vendetta e inizia ad innamorarsi del tormentato marito, ma è decisa a non cedergli del tutto il suo cuore finché egli non le avrà aperto il suo, confessandole il vero motivo che sta dietro all’uccisione di tutte le sue precedenti mogli.
Allo stesso tempo Tariq, il ragazzo che Shahrzad ama da sempre e che avrebbe dovuto sposare, è disposto a qualunque cosa pur di riportare a casa l’amore della sua vita: per lei, è persino pronto a riunire sotto un’unica bandiera tutti i nemici del califfo e a far scoppiare una guerra…

Poiché questo romanzo è il primo volume di una duologia, molte questioni sono rimaste in sospeso e il finale lascia davvero senza fiato i poveri lettori che hanno iniziato a leggere questa storia senza avere il seguito tra le mani (me, of course).

Sono tanti i motivi per cui ho amato questo libro.

Innanzitutto ho apprezzato molto lo stile di scrittura dell’autrice, il modo in cui ha saputo magistralmente ricreare le affascinanti atmosfere orientali, l’ottima caratterizzazione e varietà di personaggi e l’abilità con la quale ha saputo inserire quei pochi ma cruciali elementi fantastici all’interno della storia, che danno al tutto un tocco magico senza però voler strafare e scivolare nell’assurdo.

Bellissima l’evoluzione della storia tra Shazi e Khalid, bellissimo il passaggio dall’odio di lei/indifferenza di lui alla nascita di un sentimento condiviso che diventa sempre più forte, bellissima la scena del suk e tutte le altre scene che hanno visto questa coppia protagonista (sto fangirlando e ne sono consapevole, forse era da troppo tempo che non leggevo un libro con un sano tocco di romance).

Personaggi:

•Shahrzad• L’ho adorata fin da subito per il suo coraggio e la sua fierezza, e per il modo in cui tiene testa al califfo. In realtà all’inizio ho pensato che fosse anche piuttosto piena di sé per pensare di riuscire a sopravvivere e a uccidere un presunto pluriassassino dal cuore di ghiaccio, ma anche se probabilmente la sua decisione di offrirsi volontaria è stata davvero folle e avventata, alla fine si è dimostrata vincente. Le fa onore anche aver cercato di combattere la sua attrazione per Khalid, ma sono certa che abbia fatto felici intere schiere di lettrici perdendo infine la testa per lui (non letteralmente, per fortuna).

•Khalid• Il personaggio maschile perfetto: gelido in superficie ma con un’infinità di sentimenti sommersi e celati al mondo intero, disposto a tutto per proteggere le persone che ama, poco incline a prodigare parole e sorrisi ma capace di tutto per la donna che ama, con un animo tormentato, un passato di segreti e per di più maledetto… cosa si può desiderare di più? (Se pensate che non sono normale, sappiate che il mio personaggio letterario maschile favorito di sempre è il Conte di Montecristo).

•Despina• Odiosa inizialmente, nel corso del libro invece ho imparato ad apprezzarla sempre di più.

Jalal• A momenti mi è sembrato un po’ ambiguo, ma il discorso che fa a Khalid dopo avergli portato la lettera con le informazioni su Tariq ha fatto svanire ogni mio dubbio sulla sua bontà d’animo.

Tariq• All’inizio simpatizzavo per lui, ma man mano la simpatia è sfumata per lasciare il posto a una leggera irritazione. E’ apprezzabile il fatto che sia disposto a scatenare una guerra per riavere la sua amata, è comprensibile che voglia portarla via al califfo suo legittimo marito fin quando la crede in pericolo, ma a un certo punto dovrebbe rendersi conto che Shahrzad non vuole andare via, ma che anzi si trova proprio dove vuole trovarsi, e dovrebbe porsi due domande.

•Rahim• Non ho una vera e propria opinione perché si è visto poco, e per il poco che si è visto è stato praticamente un riflesso di Tariq.

Curiosa e timorosa di sapere cosa architetteranno i nemici di Khalid per soffiargli il regno e  altrettanto curiosa di sapere cosa combinerà Jahandar con le sue nuove capacità!

 

Citazioni:

“Alcune cose entrano nelle noste vite per lo spazio di un respiro. E dobbiamo lasciarle andare, per consentire loro di illuminare un altro cielo”.

“Amore… non è che un pallido riflesso di ciò che provo”.

 

Visto che al momento mi sembra che la Newton Compton non abbia rilasciato notizie sulla data di uscita del seguito, The Rose and the Dagger, in Italia, sto seriamente valutando l’ipotesi di leggerlo in inglese, anche perché il finale fa restare veramente male e non vedo l’ora di sapere come si conclude questa bellissima storia.

Consigliato!

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I Fiumi della Guerra (Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco #6), George R.R. Martin

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Buon martedì gente!

Eh sì, ancora una volta sono qui a parlarvi di questa saga (quasi) infinita: Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin, ormai conosciuta dai più (soprattutto da quei più che la conoscono soltanto per via della serie tv) come Il Trono di Spade.

“Esistono battaglie che nessuna spada può vincere”

Con un ritmo di circa un libro ogni due mesi, sono finalmente arrivata a metà saga, perciò oggi vi parlerò brevemente di questo sesto volume, I Fiumi della Guerra, ovvero: come Martin ha deciso di spezzarmi il cuore.

Chi ha già letto il libro avrà già capito di cosa parlo: le Nozze Rosse.

—spoiler—

Sì, perché passi Ned Stark, passino le gambe spezzate di Bran, passi Renly che neanche mi stava tanto simpatico, passi anche Grande Inverno e Catelyn e il vecchio orso Mormont… ma Robb?
Seriosly, Robb?!
Tra l’altro nel momento in cui stavo più tranquilla in assoluto in tutta la lettura, così, come un fulmine a ciel sereno?!

Questa si chiama cattiveria, zio George. Hai praticamente distrutto tutti i miei sogni.

Ora le mie ultime speranze sono riposte in Jon e in Daenerys, oltre che in quell’ultima sanguisuga della strega rossa che dovrebbe far fuori l’inutile Joffrey, ma visto come si sono messe le cose prevedo di soffrire atroci sofferenze nei rimanenti sei volumi.

—end spoiler—

Ora..
sfogata tutta la mia frustrazione di lettrice furibonda e profondamente triste,
appurato che questa saga è solo per lettori masochisti e che Martin è un sadico bastardo (affettuosamente parlando),
devo comunque ammettere che quest’opera continua a regalare immense soddisfazioni, che è magistralmente costruita, che non concede tregua, che non annoia mai, che tiene  con il fiato sospeso perché (non dimenticatelo!) il turning tables è sempre dietro l’angolo.

Le pagelle (senza voto) dei personaggi:

  • Tyrion: il Folletto continua ad essere uno dei personaggi migliori e meglio costruiti di tutta la saga: schietto, sarcastico, a suo modo persino onesto, perennemente combattuto tra la devozione verso la sua famiglia e la voglia di impiccarli tutti. Finora, e dico “finora” perché qualcuno potrebbe farmi cambiare idea (vedi punto sotto) l’unico Lannister che proprio non riesco a odiare.
  • Jaime: ebbene, non l’avrei mai detto ma in questo volume la mia opinione dello Sterminatore è leggermente migliorata, sia perché grazie al suo POV si conosce meglio il personaggio, sia per via del suo comportamento verso Brienne. Inoltre visto ciò che gli ha fatto il Caprone, che se lo meritasse o meno, non posso non essere dispiaciuta per lui.
  • Lord Beric: finalmente ci conosciamo, Lord della Folgore, e quante sorprese nascondi. Sono sinceramente curiosa di sapere che fine farà lui e la sua banda di cavalieri fuorilegge… E anche di sapere se la settima volta sarà davvero quella definitiva.
  • Sandor Clegane: sviluppo decisamente interessante per il suo personaggio. Quando ha lasciato Approdo del Re avrei scommesso sulla sua redenzione, che però finora è stata molto parziale. Mi chiedo se al Mastino è riservato un ruolo per il futuro o se invece è già fuori dai giochi.
  • Davos: da cavaliere delle cipolle a primo cavaliere del re, direi che di strada ser Davos ne ha fatta parecchia. Il suo personaggio mi ha ispirato una certa simpatia fin da subito, per via della sua onestà e della sua fedeltà. Stannis invece continua a non farmi né caldo né freddo.
  • Robb: un’altro dei miei personaggi preferiti. Nonostante sia ancora un ragazzo, Robb è  un buon re, un bravo guerriero e un ottimo stratega militare. Se solo Martin non odiasse a morte la famiglia Stark…
  • Daenerys: vai così, regina dei draghi. Assolutamente divina.
  • Jon Snow: direi che Jon Snow non ha bisogno di descrizioni di sorta. Ogni cosa che fa è semplicemente perfetta, anche quando le scelte da fare sono dolorose.

 

Bilancio attuale del Gioco del Trono:

Re sul Trono di Spade: Joffrey Baratheon
Re di fatto: Tywin Lannister
Pretendenti al Trono rimanenti: 2
Morti: ho perso il conto, come sempre.

 

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Il Mondo Nuovo, Aldous Huxley

Ben ritrovati lettori!
Come state? Vi state acclimatando alla nuova stagione?

E’ passato un po’ di tempo dalla mia ultima recensione libresca. Vuoi perché, causa impegni, il mio ritmo di lettura è ridotto al minimo sindacale, vuoi perché il libro che ho appena terminato era abbastanza tosto e ho preferito prendermela con calma, fatto sta che nell’ultimo mese ho letto (ahimé) un solo libro, ovvero Il Mondo Nuovo – Ritorno al Mondo Nuovo di Aldous Huxley, e naturalmente ora ve ne parlerò un po’.

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“Avete mangiato qualcosa che v’ha fatto male?” indagò Bernard.
Il Selvaggio fece cenno di sì. “Ho mangiato la civiltà.”

Premeditavo l’acquisto di questo libro da diverso tempo, e un mesetto fa, causa anche nuova veste grafica degli Oscar Moderni che stra-adoro, ho ceduto alla tentazione.

Dovete sapere innanzitutto che io nei distopici ci sguazzo. Amo il genere perché è uno di quelli che mi fornisce più spunti di riflessione in assoluto, che mi dà più modo di soffermarmi a pensare su alcune cose.

“1984” di Orwell è stato una pietra miliare della mia esperienza da lettrice, e Il Mondo Nuovo, anche se profondamente diverso per molti aspetti, per altri invece me lo ha ricordato molto: in entrambe le “favole” (come Huxley le definisce in Ritorno al mondo nuovo) la società è basata su un governo totalitario. Il potere è conferito nelle mani di pochi uomini, i quali hanno il compito di manovrare e controllare le masse della popolazione affinché seguano i modelli di comportamento imposti.

La differenza sostanziale tra i due romanzi sta negli strumenti di cui i governatori si avvalgono per assoggettare la popolazione.

La società del romanzo di Orwell era basata sul terrore, sulla paura, sulla violenza, sulla fomentazione dell’odio verso un imprecisato nemico esterno che impediva ai cittadini di “vedere” i problemi interni, sull’eliminazione fisica o l’annientamento mentale dei nemici dello Stato, sulla cancellazione della storia e della cultura (società, peraltro, chiaramente ispirata a quelle della Germania nazista e ancor di più all’Unione Sovietica di Stalin).

Il tipo di società del futuro immaginato da Huxley invece è indubbiamente più visionario, ma a conti fatti forse più verosimile di quella descritta dal suo contemporaneo.

Huxley ipotizza una società completamente razionalizzata, dove ogni aspetto della vita umana è controllato dalla scienza: gli uomini non si riproducono più in modo tradizionale, i bambini vengono al mondo in laboratorio e ancor prima della loro nascita le provette e i feti vengono modificati chimicamente affinché i futuri esseri umani abbiano o meno alcune caratteristiche. Così, sin dalla loro nascita, i bambini sono già predestinati a una certa classe sociale: alfa (geneticamente creati affinché siano intelligenti e di bell’aspetto), beta, gamma, delta, epsilon (coloro che stanno alla base della piramide sociale, appena poco più intelligenti di una scimmia).
I bambini vengono poi cresciuti in alcuni centri dove sin da subito vengono condizionati psicologicamente non solo ad accettare la propria condizione sociale, ma ad esserne felici.

“Questo è il segreto della felicità e della virtù: amare ciò che si deve amare”

Proprio la felicità è il presupposto sul quale si basa la società huxleyana: una società felice è più stabile, più controllabile e più efficiente di una società basata sulla paura e sulla coercizione.

Quando qualcuno è felice, ha abbondanza di svaghi e di distrazioni, non si pone domande; quando non ci sono guerre, fame, malattia e vecchiaia, non si ha alcun motivo per voler modificare la propria condizione e per uscire fuori dagli schemi preimpostati.

“Si continuava a parlare della verità e della bellezza come se fossero dei beni sovrani. Fino all’epoca della Guerra dei Nove Anni. Questa li obbligò a cambiare il loro tono, ve lo dico io. Qual è il senso della verità o della bellezza o del sapere quando le bombe ad antrace scoppiano intorno a voi? Fu allora che la scienza cominciò ad essere controllata, dopo la Guerra dei Nove Anni. La gente allora era disposta a lasciar controllare anche i suoi appetiti. Tutto, pur di vivere tranquilli.”

Ma una società fatta di persone felici non può permettersi sentimenti, perché i sentimenti provocano emozioni, le emozioni portano all’instabilità.

“Non c’era da stupirsi che quei poveri premoderni fossero pazzi e malvagi e miserabili. Il loro mondo non permetteva loro di prendere le cose per la via più semplice, non permetteva loro di essere sani di spirito, virtuosi, felici. E con le madri e gli amanti, le proibizioni alle quali non erano condizionati ad obbedire, con le tentazioni e i rimorsi solitari, con tutte le malattie e il dolore che li isolava senza fine, con le incertezze e la povertà, essi erano costretti a sentire fortemente. E sentendo fortemente (fortemente, oltre tutto, in solitudine, in un disperato isolamento individuale) come potevano essere stabili?”

In realtà, nel Mondo Nuovo scompare ogni forma di individualità e di pensiero indipendente: il singolo scompare a favore di una società in cui tutto viene condiviso, persino gli uomini e le donne, e dove non è concesso restare in solitudine, perché un individuo solo con se stesso potrebbe avere modo di pensare, di riflettere, e questo minerebbe la stabilità della società.

Ma cosa succederebbe se un selvaggio, cresciuto in una delle poche riserve del vecchio mondo ancora esistenti, venisse portato in questo mirabile Mondo Nuovo, nel quale tutto appare sfavillante e nuovo e attraente?
Succede che dopo non molto si renderebbe conto che questo mondo altro non è che un guscio vuoto, così come le persone che lo abitano: bellissime, giovani e felici, ma prive di sentimenti, di morale, dell’essenza stessa della vita.

“La felicità effettiva sembra sempre molto squallida in confronto ai grandi compensi che la miseria trova. E si capisce anche che la stabilità non è neppure emozionante come la instabilità. E l’essere contenti non ha nulla d’affascinante al paragone di una buona lotta contro la sfortuna, nulla del pittoresco d’una lotta contro la tentazione, o di una fatale sconfitta a causa della passione o del dubbio. La felicità non è mai grandiosa”

A distanza di settant’anni dalla pubblicazione del romanzo, devo dire che alcune delle “previsioni” di Huxley si rivelano piuttosto fondate: fecondazione in vitro, massiva assuefazione della popolazione ai mass-media, aumento del consumo di droghe, per fare qualche esempio. C’è una frase in particolare all’interno del libro che mi ha colpito molto:

“La mania, per esempio, di fare le cose in privato. Che equivale, in pratica, a non far nulla.”

Ecco, quando ho letto questo passaggio non ho potuto fare a meno di pensare ai social network e alla nuova mania di condividere ogni cosa, ogni momento privato delle proprie vite, perché “se nessuno lo sa, è come se non succedesse”.
Forse Huxley ci aveva davvero visto lungo, e la sua favola si sta lentamente trasformando in realtà. Chissà.

La lettura è un po’ monocorde e non ha molti punti salienti, ma il libro è ricco di spunti interessanti e si legge gradevolmente, io l’ho apprezzato molto e ne consiglio la lettura.
Altrettanto interessante (forse quasi di più) è il saggio Ritorno al Mondo Nuovo nel quale Huxley spiega le idee e i presupposti sui quali ha basato la società del suo romanzo.

Buona lettura!

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Leggere Lolita a Teheran, Azar Nafisi

Ed eccomi di nuovo tra voi con una recensione libresca nuova di zecca dopo quasi un mese di assenza.

Dunque, ho passato le ultime settimane in compagnia di questa meraviglia di romanzo intitolato Leggere Lolita a Teheran, della scrittrice iraniana Azar Nafisi. Inizio col dirvi che mi è piaciuto così tanto che è entrato di diritto a far parte della mia lista di libri preferiti, nonché a occupare una porzioncina del mio cuore.

“Se mi rivolsi ai libri fu perché erano l’unico rifugio sicuro che conoscevo, ciò di cui avevo bisogno per sopravvivere, per proteggere una parte di me stessa che sentivo sempre più in pericolo”

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Come mi succede con tutte le letture che mi piacciono particolarmente, mi sono presa qualche giorno per riordinare le idee prima di scrivere una recensione, perché le cose da dire su questo romanzo sono davvero tantissime.

Innanzitutto, adoro il titolo di questo libro. E’ un ottimo esempio di titolo che riesce a racchiudere l’essenza di un intero libro in poche parole.

Ma cosa significa leggere Lolita a Teheran?
Porsi questa domanda equivale a chiedersi cosa significhi, e cosa si provi, a leggere un libro proibito e messo al bando come Lolita in un regime totalitario e soffocante come la Repubblica islamica dell’Iran post-rivoluzione.

Confesso che, prima di leggere questo libro, della storia dell’Iran non sapevo nulla, né che ci fosse stata una rivoluzione, né che il paese si chiamasse ufficialmente “repubblica islamica” dell’Iran e che l’interrelazione tra governo e religione fosse fortissima. Sapevo solo dove si trovava l’Iran, il nome della sua capitale e il fatto che fosse stato a lungo in guerra con l’Iraq.
La cosa che più mi ha sorpreso, però, è stata scoprire che l’Iran pre-rivoluzione, nei primi decenni del Novecento e soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, era un paese laico e ampiamente “occidentalizzato”, nel quale le donne avevano completa libertà per quanto riguardava abbigliamento e atteggiamento.

Immaginate Azar Nafisi far rientro in Iran dopo tutti gli anni di studio trascorsi negli Stati Uniti e trovare il suo paese natale così trasformato da risultarle irriconoscibile, quasi estraneo.

“Ero come l’ambasciatore di un paese inesistente, venuta a reclamare, con la mia piccola collezione di libri e la mia sporta di sogni, un paese che credevo mi appartenesse”.

L’Iran post-rivoluzione è un posto molto diverso da quello che la professoressa Nafisi ha lasciato: sotto la guida dell’ayatollah Khomeini, il paese subisce una serie di trasformazioni volte a proteggerlo dall’influenza negativa del mondo occidentalizzato e a conservare la propria identità culturale, e lo strumento di cui il governo si serve per fare ciò è la religione. L’Islam e le sue leggi, però, più che per proteggere il paese dalle influenze esterne, viene piuttosto utilizzato come mezzo attraverso il quale il governo controlla e monopolizza ogni aspetto della vita dei cittadini iraniani.

Chi risente di più delle restrizioni imposte dal governo sono certamente gli intellettuali e le donne: gli intellettuali per via della soffocante censura imposta su ogni tipo di forma culturale (letteratura, cinema, teatro, tv…), le donne perché costrette dal regime a rispettare le rigide e a volte umilianti leggi della religione islamica, quelle che impongono alle donne di portare il velo in pubblico, di non farsi vedere con uomini che non siano di famiglia in pubblico, di non sorridere in pubblico, di non correre, di non gridare, di non truccarsi, di non guardare mai una persona dell’altro sesso negli occhi.
Le donne che prima della rivoluzione avevano raggiunto posizioni importanti in ambito politico, economico e giuridico vennero tutte cacciate, incarcerate o giustiziate; gli arresti per “offesa alla moralità” erano all’ordine del giorno, ottenere un posto di lavoro era sempre più difficile.

Immaginate, ancora una volta, Azar Nafisi, nella condizione di donna intellettuale, vivere e insegnare in un posto del genere, dove le librerie e i cinema chiudono e il governo decide persino gli argomenti da trattare nelle lezioni.
La Nafisi, docente universitaria di letteratura straniera, si ritrova con l’arduo (e scomodo) compito di insegnare ai suoi studenti, di diverse ideologie e posizioni politiche, ad apprezzare i capolavori di autori come Nabokov, Fitzgerald, James e la Austen, autori che il governo stesso definisce decadenti e immorali.

Come può un buono studente musulmano, rispettoso delle leggi e degli insegnamenti di Khomeini, arrivare ad apprezzare personaggi “ambigui” come Lolita e Gatsby e trovare del buono in romanzi del genere?
Alcuni studenti, per volontà o per sincera ristrettezza di vedute, risultano ciechi agli insegnamenti di questi romanzi e vi si scagliano costantemente contro, altri (molti altri) non possono permettersi di mostrare il loro apprezzamento a lezione, per via delle loro posizioni, per paura di essere denunciati o di dare troppo nell’occhio.
Il motivo per cui la censura è tanto spietata verso questi romanzi è che nella società islamica gli scrittori vengono posti come paladini di moralità e di integrità: in quest’ottica in cui le opere d’arte dovrebbero dare l’esempio da seguire nella vita reale, i personaggi di questi romanzi risultano evidentemente dei cattivi modelli da seguire.

“Non sminuire mai, in nessuna circostanza, un’opera letteraria cercando di trasformarla in una copia della vita reale”

Il compito forse più difficile per Azar, e nel quale non sempre riesce, è proprio quello di insegnare ai suoi studenti che i romanzi non devono essere necessariamente fungere da modello per la realtà, ma che possono essere semplicemente delle opere di fantasia sulle quali riflettere.
Io penso che, tra le altre cose, il regime volesse togliere ai cittadini il “diritto all’immaginazione” di cui parla l’autrice, la possibilità di conoscere stili di vita differenti da quello che esso aveva imposto loro.

“La mia fantasia ricorrente è che alla Carta dei Diritti dell’Uomo venga aggiunta la voce: diritto all’immaginazione”

A un certo punto, delusa dalle poca libertà che ha e che hanno i suoi studenti durante le lezioni in università, Azar decide di invitare le sue allieve più interessate alla letteratura a partecipare a un seminario privato, e così ogni giovedì mattina le studentesse si ritrovano nel salotto di casa Nafisi a discutere delle più importanti opere letterarie straniere.

Il seminario, però, diventa per le ragazze anche un’occasione per parlare con dei loro problemi personali, dei loro sogni e delle loro aspirazioni, di come la religione e il regime influenzino le loro vite e di come, ciascuna in modo differente, affronti la vita nella repubblica islamica dell’Iran. La letteratura per loro diventa un rifugio, una fuga dalla realtà, ma dà anche loro modo di riflettere sulla realtà e di fare un paragone concreto tra la loro vita in Iran e quella che potrebbero avere in un paese dell’occidente.

“Speravamo di trovare un collegamento tra gli spazi aperti dei romanzi e quelli chiusi in cui eravamo confinate”

Una delle immagini che più mi ha colpita del romanzo è quella in cui le ragazze, appena arrivate a casa della professoressa, si tolgono vesti, veli e chador scoprendo al di sotto un abbigliamento “normale”: jeans, camicette colorate, orecchini, unghie smaltate. E’ il simbolo, questa immagine, di un’identità celata ma non cancellata, è il simbolo che il regime può opprimere ma non può sopprimere.

“Per circa due anni, quasi tutti i giovedì mattina, con il sole e con la pioggia, sono venute a casa mia, e quasi ogni volta era difficile superare lo choc di vederle togliersi il velo e la veste per diventare di botto a colori. Eppure, quando le mie studentesse entravano in quella stanza, si levavano di dosso molto di più. Lentamente, ognuna di loro acquisiva una forma, un profilo, diventata il suo proprio, inimitabile sé.”

Alla fine, dopo quasi venti anni passati in Iran, Azar Nafisi e la sua famiglia prendono la sofferta decisione di lasciare il loro Iran, paese che amano ma nel quale non riescono più a vivere, e di trasferirsi negli Stati Uniti, dove tuttora risiedono.

Leggere Lolita a Teheran fornisce un quadro crudo e reale della vita in Iran nel ventennio che va dal 1980 al finire del millennio. L’immagine che ne risulta a noi è quella di un paese marchiato dalla violenza, dall’oppressione e dai contrasti politico/religiosi, ma l’autrice non si limita a questo e ci mostra che c’era anche molto altro: c’era un Iran in cui persino un concerto di second’ordine bastava a far accorrere folle di persone, un Iran di incontri tra amici nelle case per guardare clandestinamente film e documentari vietati, un Iran profondamente e commoventemente assetato di cultura.

Ma Leggere Lolita a Teheran è anche, e forse soprattutto, una straordinaria e universale dichiarazione d’amore per la letteratura.

Libro da leggere.

La lingua perduta delle gru, David Leavitt

Finalmente, dopo diverse settimane di assenza forzata, eccomi qui con una nuova recensione.
Il libro di cui vi parlo oggi, come avevo già anticipato in un precedente articolo, è La lingua perduta delle gru di David Leavitt, primo romanzo dello scrittore statunitense pubblicato nel 1986 (e che immagino a quei tempi abbia fatto un bel po’ di scalpore).

coverDescrizione: “I miei genitori sono gente aperta. Non resteranno annientati dalla notizia” pensa Philip Benjamin, il protagonista di questo romanzo nel momento in cui, a venticinque anni, si appresta a rivelare alla famiglia la propria omosessualità. Eppure per Rose e Owen, piccoli intellettuali nella sfavillante New York degli anni Ottanta, la scoperta delle inclinazioni amorose del figlio apre una crepa dapprima sottile, poi sempre più profonda e insanabile, nel delicato equilibrio affettivo familiare, costringendoli a fare i conti con la propria più intima natura, le proprie scelte, le proprie responsabilità.Ma in questo paesaggio familiare desolato, in questo sfacelo di relazioni personali, Philip, e non solo lui, saprà individuare la strada per la costruzione di una vita sentimentale flessibile, realistica, libera, ma saldamente ancorata all’autenticità e alla sincerità.

Visto che ancora non so bene come valutare questo libro, ho deciso di fare una recensione un po’ diversa dal solito. Iniziamo.

Perché ho deciso di leggere questo libro: soprattutto per via della trama, che mi ha intrigato sin da quando l’ho scoperto. Poi per via di questo titolo un po’ misterioso, che ha suscitato la mia curiosità.

Cosa mi è piaciuto di questo libro.
1.La scrittura di Leavitt: fluente ma elaborata, proprio come piace a me. Alcuni passaggi, poi, sono pura poesia.

2.Il modo in cui Leavitt sviluppa l’evoluzione della famiglia Benjamin. Inizialmente i Benjamin ci vengono presentati come una normalissima famiglia newyorkese di fine anni 80: un marito, una moglie e un figlio, benestanti seppure non ricchi, il loro unico grosso problema sembra essere quello di decidere se acquistare l’appartamento in cui vivono da vent’anni in affitto oppure trasferirsi in un’altra casa. Man mano che la storia procede, però, è chiaro che l’apparente normalità di questa famiglia nasconde in realtà molti segreti: il matrimonio stesso di Rose e Owen, infatti, è costruito su una bugia poiché Owen è segretamente omosessuale e Rose, seppure finga di esserne all’oscuro, ne è da sempre consapevole. A rompere il fragile equilibrio di finzioni e sentimenti repressi dei genitori è proprio il figlio venticinquenne della coppia, Philip, che dichiarando ai genitori la propria omosessualità apre la strada ad autorecriminazioni, a confessioni per troppo tempo rimandate, ma anche e soprattutto a una nuova consapevolezza dell’amore e di come viverlo.

3.Il personaggio di Jerene, indubbiamente il personaggio che ho preferito. Impossibile non provare simpatia per questa donna, per il coraggio che ha avuto dichiarando la propria omosessualità ai genitori, per il modo brutale in cui essi l’hanno ripudiata. Molto commovente la sua storia, è stata quella che mi è piaciuta di più tra tutte.

Cosa non mi è piaciuto di questo libro: forse è una mia impressione, ma il fatto che padre e figlio siano entrambi omosessuali mi è sembrata un po’ una forzatura. La storia in sé mi è piaciuta abbastanza: bello il contrasto tra la delicatezza di alcuni momenti (come l’innamoramento di Philip per Eliot, la delusione amorosa che gli spezza il cuore e la nascita di un nuovo amore) e la durezza di altri (come la lotta di Owen contro i suoi stessi istinti e il proprio essere); emotivamente, però, non mi ha coinvolto quanto speravo.

I momenti chiave della storia:
Sicuramente il primo momento è l’incontro casuale per strada di Owen e Rose, che fa prendere a entrambi consapevolezza che sebbene il loro matrimonio duri da più di vent’anni, essi in realtà non si conoscono affatto e sono intimamente estranei l’uno all’altro.
Il secondo momento è quello in cui Philip confessa la propria omosessualità ai genitori, provocando nel padre una presa di coscienza della propria condizione e del proprio essere e la consapevolezza di non essere più in grado di nascondere i suoi veri sentimenti.
Il terzo momento chiave è la cena a casa dei Benjamin, alla quale Owen ha invitato un giovane professore di inglese della sua scuola dal quale è segretamente attratto. Nel momento in cui Rose osserva, quasi autoescludendosi dalla scena, sia il marito che il figlio gravitare intorno al professore, attratti dal fascino del giovane uomo, prende piena coscienza dell’omosessualità del marito e capisce che tutti gli anni di matrimonio sono stati una sorta di inganno. La cosa più triste, però, è che nonostante questo Rose sarebbe disposta a restare insieme al marito pur di non cambiare drasticamente la vita che ha condotto fino a quel momento.

La frase rappresentativa del libro:
E’ contenuta nel capitolo più breve del libro, costituito di sole tre pagine, che funge quasi da inframmezzo tra una prima e una seconda parte e che contiene la spiegazione al titolo emblematico del romanzo.

“Come dovevano essere parse meravigliose e grandiose quelle gru a Michel, in confronto alle piccole e goffe creature che lo circondavano. Perché, Jerene ne era convinta, ciascuno, a modo suo, trova ciò che deve amare, e lo ama; la finestra diventa uno specchio; qualunque sia la cosa che amiamo, è quello che noi siamo.”