Fight Club, Chuck Palahniuk

Sera lettori!

Visto che nell’ultimo periodo le mie letture vanno molto a rilento e quindi le mie recensioni libresche scarseggiano, ne approfitto per riproporre il mio pensiero su alcuni libri che ho recensito prima che aprissi il blog.

Senza un motivo preciso ho deciso di cominciare con Fight Club di Chuck Palahniuk, perché ultimamente questo libro mi ronza spesso in testa e mi piacerebbe persino riuscire a rileggerlo. Credo sia un libro davvero particolare e di non facile lettura, o almeno non facilmente apprezzabile, ma indubbiamente ricco di contenuti interessanti.

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Recensione (Novembre 2014)

“Ho incontrato Dio dietro la sua grande scrivania di noce con i diplomi appesi alla parete alle sue spalle e Dio mi chiede: Perchè?”
Perchè ho provocato tanto dolore?
Non mi sono reso conto che ciascuno di noi è un sacro, irripetibile fiocco di neve di speciale irripetibile specialità?
Non vedo come siamo tutti manifestazioni d’amore?
Io guardo Dio alla sua scrivania che prende appunti su un bloc-notes, ma Dio non ha capito un bel niente.
Noi non siamo speciali.
Non siamo nemmeno merda o immondizia.
Noi siamo.
Noi siamo soltanto e quello che succede soltanto.”

Non l’ho amato alla follia. Non lo considero un capolavoro assoluto, ma Fight Club ha sicuramente il suo perché.
Dopo lo smarrimento “iniziale”, durato in realtà per tutta la prima metà del libro che ho trovato assolutamente incomprensibile, a un certo punto tutto sembra diventare chiaro e la storia acquista improvvisamente un senso.
Il protagonista, del quale non conosciamo il nome, è un tipo abbastanza nella norma: lavoro ben pagato, bell’appartamento, bella macchina, ecc. Se non fosse che sente la necessità di partecipare a gruppi di sostegno per malati di tumore, di parassiti cerebrali e di altre malattie, pur non essendo malato. Uno per ogni giorno della settimana. Lo fa per assaporare qualcosa di vero, perché il mondo è diventato troppo cinico per ascoltare e per abbracciarti.

 

Per questo amo tanto i gruppi di sostegno, se la gente pensa che stai morendo, ti presta tutta la sua attenzione. Se questa può essere l’ultima volta che ti vedono, ti vedono davvero. Tutto il resto finisce fuori dalla finestra, il conto in rosso e le canzoni alla radio e i capelli in disordine. Hai la loro piena attenzione”.

 

Tutto sembra andare bene finché Marla non si intromette nei suoi gruppi di sostegno, e la sua casa esplode e con essa la sua vita perfetta. E’ allora che arriva Tyler. Arriva anche prima, non si sa in che modo, ma è allora che lui e il protagonista fondano il Fight Club.
La prima regola del Fight Club è che non si parla del Fight Club.
Perché? Perché il Fight Club esiste solo dalle due alle sette di domenica mattina e non esiste all’infuori di quelle cinque ore. Una cosa come il Fight Club non può esistere nella realtà. Il Fight Club è una valvola di sfogo, è violenza, è autolesionismo, è nichilismo, è anarchia. E’ opposizione alla società e quindi alla realtà.
Il Fight Club cresce, persona dopo persona, perché tutti parlano del Fight Club infrangendo la prima (e la seconda) regola. Il Fight Club dilaga, occhi neri e facce tumefatte sono dappertutto, sempre più numerose. A un certo punto tutto il mondo sembra diventare Fight Club, tutti odiano la società nella quale fino a poco tempo prima avevano vissuto.

 

“La pubblicità ha spinto questa gente ad affannarsi per automobili e vestiti di cui non hanno bisogno. Intere generazioni hanno svolto lavori che detestavano solo per comperare cose di cui non hanno veramente bisogno.”

 

Il Progetto Caos è la naturale evoluzione del Fight Club, veri e propri attacchi per minare le fondamenta della società occidentale, dominata dal consumismo dilagante e dal cinismo, quasi attacchi terroristici. Incendi, aggressioni, disinformazione.
Ma che succede se fosse lo stesso fondatore del Fight Club a voler fermare il Fight Club? Succede che diventa un nemico anche lui, perché il Fight Club ha ormai una vita propria e non ha bisogno di nessun singolo, nessuno è fondamentale per lo scopo finale.

 

“E il combattimento va avanti perché io voglio essere morto. Perché solo nella morte abbiamo un nome. Solo nella morte non facciamo più parte del Progetto Caos.”

 

Ci ho messo parecchio a ingranare con la lettura, ma nonostante l’inizio traumatico e lo stile confuso, crudo e “martellante” arrivato alla fine ti rendi conto che qualcosa te lo ha lasciato: roba su cui riflettere. Da leggere!

©Elle

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Leggere Lolita a Teheran, Azar Nafisi

Ed eccomi di nuovo tra voi con una recensione libresca nuova di zecca dopo quasi un mese di assenza.

Dunque, ho passato le ultime settimane in compagnia di questa meraviglia di romanzo intitolato Leggere Lolita a Teheran, della scrittrice iraniana Azar Nafisi. Inizio col dirvi che mi è piaciuto così tanto che è entrato di diritto a far parte della mia lista di libri preferiti, nonché a occupare una porzioncina del mio cuore.

“Se mi rivolsi ai libri fu perché erano l’unico rifugio sicuro che conoscevo, ciò di cui avevo bisogno per sopravvivere, per proteggere una parte di me stessa che sentivo sempre più in pericolo”

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Come mi succede con tutte le letture che mi piacciono particolarmente, mi sono presa qualche giorno per riordinare le idee prima di scrivere una recensione, perché le cose da dire su questo romanzo sono davvero tantissime.

Innanzitutto, adoro il titolo di questo libro. E’ un ottimo esempio di titolo che riesce a racchiudere l’essenza di un intero libro in poche parole.

Ma cosa significa leggere Lolita a Teheran?
Porsi questa domanda equivale a chiedersi cosa significhi, e cosa si provi, a leggere un libro proibito e messo al bando come Lolita in un regime totalitario e soffocante come la Repubblica islamica dell’Iran post-rivoluzione.

Confesso che, prima di leggere questo libro, della storia dell’Iran non sapevo nulla, né che ci fosse stata una rivoluzione, né che il paese si chiamasse ufficialmente “repubblica islamica” dell’Iran e che l’interrelazione tra governo e religione fosse fortissima. Sapevo solo dove si trovava l’Iran, il nome della sua capitale e il fatto che fosse stato a lungo in guerra con l’Iraq.
La cosa che più mi ha sorpreso, però, è stata scoprire che l’Iran pre-rivoluzione, nei primi decenni del Novecento e soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, era un paese laico e ampiamente “occidentalizzato”, nel quale le donne avevano completa libertà per quanto riguardava abbigliamento e atteggiamento.

Immaginate Azar Nafisi far rientro in Iran dopo tutti gli anni di studio trascorsi negli Stati Uniti e trovare il suo paese natale così trasformato da risultarle irriconoscibile, quasi estraneo.

“Ero come l’ambasciatore di un paese inesistente, venuta a reclamare, con la mia piccola collezione di libri e la mia sporta di sogni, un paese che credevo mi appartenesse”.

L’Iran post-rivoluzione è un posto molto diverso da quello che la professoressa Nafisi ha lasciato: sotto la guida dell’ayatollah Khomeini, il paese subisce una serie di trasformazioni volte a proteggerlo dall’influenza negativa del mondo occidentalizzato e a conservare la propria identità culturale, e lo strumento di cui il governo si serve per fare ciò è la religione. L’Islam e le sue leggi, però, più che per proteggere il paese dalle influenze esterne, viene piuttosto utilizzato come mezzo attraverso il quale il governo controlla e monopolizza ogni aspetto della vita dei cittadini iraniani.

Chi risente di più delle restrizioni imposte dal governo sono certamente gli intellettuali e le donne: gli intellettuali per via della soffocante censura imposta su ogni tipo di forma culturale (letteratura, cinema, teatro, tv…), le donne perché costrette dal regime a rispettare le rigide e a volte umilianti leggi della religione islamica, quelle che impongono alle donne di portare il velo in pubblico, di non farsi vedere con uomini che non siano di famiglia in pubblico, di non sorridere in pubblico, di non correre, di non gridare, di non truccarsi, di non guardare mai una persona dell’altro sesso negli occhi.
Le donne che prima della rivoluzione avevano raggiunto posizioni importanti in ambito politico, economico e giuridico vennero tutte cacciate, incarcerate o giustiziate; gli arresti per “offesa alla moralità” erano all’ordine del giorno, ottenere un posto di lavoro era sempre più difficile.

Immaginate, ancora una volta, Azar Nafisi, nella condizione di donna intellettuale, vivere e insegnare in un posto del genere, dove le librerie e i cinema chiudono e il governo decide persino gli argomenti da trattare nelle lezioni.
La Nafisi, docente universitaria di letteratura straniera, si ritrova con l’arduo (e scomodo) compito di insegnare ai suoi studenti, di diverse ideologie e posizioni politiche, ad apprezzare i capolavori di autori come Nabokov, Fitzgerald, James e la Austen, autori che il governo stesso definisce decadenti e immorali.

Come può un buono studente musulmano, rispettoso delle leggi e degli insegnamenti di Khomeini, arrivare ad apprezzare personaggi “ambigui” come Lolita e Gatsby e trovare del buono in romanzi del genere?
Alcuni studenti, per volontà o per sincera ristrettezza di vedute, risultano ciechi agli insegnamenti di questi romanzi e vi si scagliano costantemente contro, altri (molti altri) non possono permettersi di mostrare il loro apprezzamento a lezione, per via delle loro posizioni, per paura di essere denunciati o di dare troppo nell’occhio.
Il motivo per cui la censura è tanto spietata verso questi romanzi è che nella società islamica gli scrittori vengono posti come paladini di moralità e di integrità: in quest’ottica in cui le opere d’arte dovrebbero dare l’esempio da seguire nella vita reale, i personaggi di questi romanzi risultano evidentemente dei cattivi modelli da seguire.

“Non sminuire mai, in nessuna circostanza, un’opera letteraria cercando di trasformarla in una copia della vita reale”

Il compito forse più difficile per Azar, e nel quale non sempre riesce, è proprio quello di insegnare ai suoi studenti che i romanzi non devono essere necessariamente fungere da modello per la realtà, ma che possono essere semplicemente delle opere di fantasia sulle quali riflettere.
Io penso che, tra le altre cose, il regime volesse togliere ai cittadini il “diritto all’immaginazione” di cui parla l’autrice, la possibilità di conoscere stili di vita differenti da quello che esso aveva imposto loro.

“La mia fantasia ricorrente è che alla Carta dei Diritti dell’Uomo venga aggiunta la voce: diritto all’immaginazione”

A un certo punto, delusa dalle poca libertà che ha e che hanno i suoi studenti durante le lezioni in università, Azar decide di invitare le sue allieve più interessate alla letteratura a partecipare a un seminario privato, e così ogni giovedì mattina le studentesse si ritrovano nel salotto di casa Nafisi a discutere delle più importanti opere letterarie straniere.

Il seminario, però, diventa per le ragazze anche un’occasione per parlare con dei loro problemi personali, dei loro sogni e delle loro aspirazioni, di come la religione e il regime influenzino le loro vite e di come, ciascuna in modo differente, affronti la vita nella repubblica islamica dell’Iran. La letteratura per loro diventa un rifugio, una fuga dalla realtà, ma dà anche loro modo di riflettere sulla realtà e di fare un paragone concreto tra la loro vita in Iran e quella che potrebbero avere in un paese dell’occidente.

“Speravamo di trovare un collegamento tra gli spazi aperti dei romanzi e quelli chiusi in cui eravamo confinate”

Una delle immagini che più mi ha colpita del romanzo è quella in cui le ragazze, appena arrivate a casa della professoressa, si tolgono vesti, veli e chador scoprendo al di sotto un abbigliamento “normale”: jeans, camicette colorate, orecchini, unghie smaltate. E’ il simbolo, questa immagine, di un’identità celata ma non cancellata, è il simbolo che il regime può opprimere ma non può sopprimere.

“Per circa due anni, quasi tutti i giovedì mattina, con il sole e con la pioggia, sono venute a casa mia, e quasi ogni volta era difficile superare lo choc di vederle togliersi il velo e la veste per diventare di botto a colori. Eppure, quando le mie studentesse entravano in quella stanza, si levavano di dosso molto di più. Lentamente, ognuna di loro acquisiva una forma, un profilo, diventata il suo proprio, inimitabile sé.”

Alla fine, dopo quasi venti anni passati in Iran, Azar Nafisi e la sua famiglia prendono la sofferta decisione di lasciare il loro Iran, paese che amano ma nel quale non riescono più a vivere, e di trasferirsi negli Stati Uniti, dove tuttora risiedono.

Leggere Lolita a Teheran fornisce un quadro crudo e reale della vita in Iran nel ventennio che va dal 1980 al finire del millennio. L’immagine che ne risulta a noi è quella di un paese marchiato dalla violenza, dall’oppressione e dai contrasti politico/religiosi, ma l’autrice non si limita a questo e ci mostra che c’era anche molto altro: c’era un Iran in cui persino un concerto di second’ordine bastava a far accorrere folle di persone, un Iran di incontri tra amici nelle case per guardare clandestinamente film e documentari vietati, un Iran profondamente e commoventemente assetato di cultura.

Ma Leggere Lolita a Teheran è anche, e forse soprattutto, una straordinaria e universale dichiarazione d’amore per la letteratura.

Libro da leggere.

Colpa delle stelle, John Green

_colpa-delle-stelle-1353958507Descrizione: Hazel ha sedici anni, ma ha già alle spalle un vero miracolo: grazie a un farmaco sperimentale, la malattia che anni prima le hanno diagnosticato è ora in regressione. Ha però anche imparato che i miracoli si pagano: mentre lei rimbalzava tra corse in ospedale e lunghe degenze, il mondo correva veloce, lasciandola indietro, sola e fuori sincrono rispetto alle sue coetanee, con una vita in frantumi in cui i pezzi non si incastrano più. Un giorno però il destino le fa incontrare Augustus, affascinante compagno di sventure che la travolge con la sua fame di vita, di passioni, di risate, e le dimostra che il mondo non si è fermato, insieme possono riacciuffarlo. Ma come un peccato originale, come una colpa scritta nelle stelle avverse sotto cui Hazel e Augustus sono nati, il tempo che hanno a disposizione è un miracolo, e in quanto tale andrà pagato.

«Sono innamorato di te» ha detto lui, piano.
«Augustus» ho detto.
«E’ vero» ha detto. Mi guardava dritto, e così gli ho visto socchiudere un po’ gli occhi. «Sono innamorato di te, e non sono il tipo da negare a me stesso il semplice piacere di dire cose vere. Sono innamorato di te, e so che l’amore non è che un grido nel vuoto, e che l’oblio è inevitabile, e che siamo tutti dannati e che verrà un giorno in cui tutti i nostri sforzi saranno ridotti in polvere, e so che il sole inghiottirà l’unica terra che avremo mai, e sono innamorato di te.»

Recensione:

Onestamente, prima di iniziarlo non pensavo mi sarebbe piaciuto.
Primo, perché è un libro triste, e i libri tristi di solito non fanno per me;
secondo, perché è stato un best-seller, perché ci hanno persino fatto un film e perché è amato da tutto il mondo e io di solito diffido di questo genere di libri perché quasi sempre si rivelano una grande delusione.
Insomma, anche se lo avevo in TBR da due anni mi ero quasi convinta a non leggerlo. Poi qualche giorno fa l’ho visto lì, sul kindle, e all’improvviso mi sono detta “perché no?”.
E così mi sono dovuta ricredere su tutto.
Non dico che Colpa delle stelle sia un libro perfetto, questo no. Anzi, a dirla tutta ha diversi difetti.
Primo fra tutti, il modo di scrivere di John Green: scorre a meraviglia, questo è fuori discussione, ma a volte è così semplice da risultare snervante (per favore, qualcuno gli dica che esistono almeno una decina di sinonimi del verbo “dire”, ho letto quattro ho detto/ha detto in quattro frasi consecutive).
E poi c’è il fatto che sembra tutto un po’, come dire, stereotipato, e anche un po’ confezionato ad hoc per piacere ai lettori. Tutto un po’ piacione, insomma.

E dopo tutti questi complimenti, immagino vi chiederete cos’è stato, infine, a farmi cambiare parere.
Beh, a dirla tutta è stato il fatto che mentre leggevo, non ho notato nessuna di queste cose, o forse semplicemente non me ne importava un accidente: ero troppo presa dalla lettura, troppo immersa nella storia, troppo in preda a un’altalena di emozioni. Più che altalena, un blue tornado sarebbe una metafora più appropriata per descrivere quello che ho provato.
“Colpa delle stelle” è un libro incredibile: è commovente, è doloroso, è dolce, è tenero, è emozionante.
E’ un mix di sensazioni che confonde, che un attimo prima ti fa sorridere e quello dopo ti fa venire un groppo alla gola.
Ho provato dell’autentico affetto nei confronti dei due protagonisti, Hazel e Augustus. Entrambi hanno una vita difficile, per dirla con un eufemismo, perché una malattia come il cancro è in grado di cambiarti, di distruggerti, di annullarti; entrambi hanno i loro alti e bassi, eppure c’è un immenso coraggio nel modo in cui affrontano il loro dolore, c’è della forza persino nel loro modo di essere deboli.
Mi piacciono i loro caratteri, mi piace l’ironia di Hazel e il carisma di Gus, mi piace il fatto che nonostante la malattia si comportino da adolescenti, che si innamorino, che trovino del bello nella vita.
Le ultime pagine sono assolutamente strazianti, così intense e terribili da aver fatto difficoltà a leggerle.
Dunque, per stavolta ho deciso di passare sopra ai difetti e di promuovere John Green a pieni voti. In fondo, quando un libro riesce a farti provare emozioni così forti non c’è difetto che tenga, bisogna soltanto leggere e ringraziare.

«A volte le persone non capiscono le promesse che fanno nel momento in cui le fanno» ho detto.
Isaac mi ha scoccato uno sguardo.
«Sì, certo. Ma la promessa la mantieni lo stesso. E’ questo l’amore. L’amore è mantenere lo stesso la promessa.»