La lingua perduta delle gru, David Leavitt

Finalmente, dopo diverse settimane di assenza forzata, eccomi qui con una nuova recensione.
Il libro di cui vi parlo oggi, come avevo già anticipato in un precedente articolo, è La lingua perduta delle gru di David Leavitt, primo romanzo dello scrittore statunitense pubblicato nel 1986 (e che immagino a quei tempi abbia fatto un bel po’ di scalpore).

coverDescrizione: “I miei genitori sono gente aperta. Non resteranno annientati dalla notizia” pensa Philip Benjamin, il protagonista di questo romanzo nel momento in cui, a venticinque anni, si appresta a rivelare alla famiglia la propria omosessualità. Eppure per Rose e Owen, piccoli intellettuali nella sfavillante New York degli anni Ottanta, la scoperta delle inclinazioni amorose del figlio apre una crepa dapprima sottile, poi sempre più profonda e insanabile, nel delicato equilibrio affettivo familiare, costringendoli a fare i conti con la propria più intima natura, le proprie scelte, le proprie responsabilità.Ma in questo paesaggio familiare desolato, in questo sfacelo di relazioni personali, Philip, e non solo lui, saprà individuare la strada per la costruzione di una vita sentimentale flessibile, realistica, libera, ma saldamente ancorata all’autenticità e alla sincerità.

Visto che ancora non so bene come valutare questo libro, ho deciso di fare una recensione un po’ diversa dal solito. Iniziamo.

Perché ho deciso di leggere questo libro: soprattutto per via della trama, che mi ha intrigato sin da quando l’ho scoperto. Poi per via di questo titolo un po’ misterioso, che ha suscitato la mia curiosità.

Cosa mi è piaciuto di questo libro.
1.La scrittura di Leavitt: fluente ma elaborata, proprio come piace a me. Alcuni passaggi, poi, sono pura poesia.

2.Il modo in cui Leavitt sviluppa l’evoluzione della famiglia Benjamin. Inizialmente i Benjamin ci vengono presentati come una normalissima famiglia newyorkese di fine anni 80: un marito, una moglie e un figlio, benestanti seppure non ricchi, il loro unico grosso problema sembra essere quello di decidere se acquistare l’appartamento in cui vivono da vent’anni in affitto oppure trasferirsi in un’altra casa. Man mano che la storia procede, però, è chiaro che l’apparente normalità di questa famiglia nasconde in realtà molti segreti: il matrimonio stesso di Rose e Owen, infatti, è costruito su una bugia poiché Owen è segretamente omosessuale e Rose, seppure finga di esserne all’oscuro, ne è da sempre consapevole. A rompere il fragile equilibrio di finzioni e sentimenti repressi dei genitori è proprio il figlio venticinquenne della coppia, Philip, che dichiarando ai genitori la propria omosessualità apre la strada ad autorecriminazioni, a confessioni per troppo tempo rimandate, ma anche e soprattutto a una nuova consapevolezza dell’amore e di come viverlo.

3.Il personaggio di Jerene, indubbiamente il personaggio che ho preferito. Impossibile non provare simpatia per questa donna, per il coraggio che ha avuto dichiarando la propria omosessualità ai genitori, per il modo brutale in cui essi l’hanno ripudiata. Molto commovente la sua storia, è stata quella che mi è piaciuta di più tra tutte.

Cosa non mi è piaciuto di questo libro: forse è una mia impressione, ma il fatto che padre e figlio siano entrambi omosessuali mi è sembrata un po’ una forzatura. La storia in sé mi è piaciuta abbastanza: bello il contrasto tra la delicatezza di alcuni momenti (come l’innamoramento di Philip per Eliot, la delusione amorosa che gli spezza il cuore e la nascita di un nuovo amore) e la durezza di altri (come la lotta di Owen contro i suoi stessi istinti e il proprio essere); emotivamente, però, non mi ha coinvolto quanto speravo.

I momenti chiave della storia:
Sicuramente il primo momento è l’incontro casuale per strada di Owen e Rose, che fa prendere a entrambi consapevolezza che sebbene il loro matrimonio duri da più di vent’anni, essi in realtà non si conoscono affatto e sono intimamente estranei l’uno all’altro.
Il secondo momento è quello in cui Philip confessa la propria omosessualità ai genitori, provocando nel padre una presa di coscienza della propria condizione e del proprio essere e la consapevolezza di non essere più in grado di nascondere i suoi veri sentimenti.
Il terzo momento chiave è la cena a casa dei Benjamin, alla quale Owen ha invitato un giovane professore di inglese della sua scuola dal quale è segretamente attratto. Nel momento in cui Rose osserva, quasi autoescludendosi dalla scena, sia il marito che il figlio gravitare intorno al professore, attratti dal fascino del giovane uomo, prende piena coscienza dell’omosessualità del marito e capisce che tutti gli anni di matrimonio sono stati una sorta di inganno. La cosa più triste, però, è che nonostante questo Rose sarebbe disposta a restare insieme al marito pur di non cambiare drasticamente la vita che ha condotto fino a quel momento.

La frase rappresentativa del libro:
E’ contenuta nel capitolo più breve del libro, costituito di sole tre pagine, che funge quasi da inframmezzo tra una prima e una seconda parte e che contiene la spiegazione al titolo emblematico del romanzo.

“Come dovevano essere parse meravigliose e grandiose quelle gru a Michel, in confronto alle piccole e goffe creature che lo circondavano. Perché, Jerene ne era convinta, ciascuno, a modo suo, trova ciò che deve amare, e lo ama; la finestra diventa uno specchio; qualunque sia la cosa che amiamo, è quello che noi siamo.”

 

Non lasciarmi, Kazuo Ishiguro

7881201Kathy, Ruth e Tommy sono cresciuti in un collegio immerso nella campagna della provincia inglese. Sono stati educati amorevolmente, protetti dal mondo esterno e convinti di essere speciali. Ma qual è, di fatto, il motivo per cui sono lì? E cosa li aspetta oltre il muro del collegio?
Solo molti anni più tardi, Kathy, ora una donna di trentun anni, si permette di cedere agli appelli della memoria. Quello che segue è la perturbante storia di come Kathy, Ruth e Tommy si avvicinino a poco a poco alla verità della loro infanzia apparentemente felice, e al futuro cui sono destinati.

 

La mia recensione (warning: sono presenti spoiler):

“Continuo a pensare a un fiume da qualche parte là fuori, con l’acqua che scorre velocissima. E quelle due persone nell’acqua, che cercano di tenersi strette, più che possono, ma alla fine devono desistere. La corrente è troppo forte. Devono mollare, separarsi. È la stessa cosa per noi. È un peccato, Kath, perché ci siamo amati per tutta la vita… Ma alla fine non possiamo rimanere insieme per sempre”. 

Sin dalle prime pagine, la lettura di questo libro è stata accompagnata da un vago senso di oppressione e di malinconia, anche se la causa di queste sensazioni si scopre soltanto a lettura inoltrata.
La voce narrante, una donna di trentun’anni di nome Kathy, ci introduce senza preamboli nella sua vita e nel suo mondo, poi inizia a raccontarci del suo passato, soprattutto del periodo dalla sua infanzia alla fine della sua adolescenza, trascorso in una sorta di college situato nella campagna irlandese.
Il luogo si chiama Hailsham e insieme a Kathy ci sono molti altri ragazzi: sono cresciuti lì, hanno sempre vissuto lì e non hanno mai lasciato quel posto.
A “vegliare” su di loro ci sono dei tutori, insegnanti di arte, di musica, di letteratura, di geografica, ma non solo: oltre che insegnanti, i tutori sono delle vere e proprie guide per Kathy e i suoi compagni, e oltre a insegnare loro le materie tradizionali, essi devono anche prepararli ad affrontare ciò che li aspetta in futuro.
E’ da subito netta la consapevolezza che in Kathy e negli altri ci sia qualcosa di diverso, che c’è un motivo se vivono isolati dal resto del mondo, se “Madame” sembra aver paura di loro, se sanno sin da piccoli che la loro vita non sarà mai come quella di tutti gli altri.
Il motivo si scoprirà solo a metà del libro (io purtroppo avevo già letto in giro delle recensioni e mi ero ahimè “spoilerata” qualcosa, altrimenti credo che sarei rimasta davvero sorpresa) ed è che Kathy, Tommy, Ruth e tutti gli altri ragazzi di Hailsham sono dei cloni, creati all’unico scopo di venire usati come “pezzi di ricambio” per curare le malattie degli umani.
Il problema è che, nonostante questi ragazzi siano dei cloni, e che non siano considerati umani dalla società, essi in realtà sono in tutto e per tutto identici agli umani. I loro comportamenti, le loro emozioni, sono le stesse che hanno tutti gli altri adolescenti. L’unica differenza, quella sostanziale, è la loro origine.
Sin dalla loro infanzia su di essi sembra incombere un’ombra oscura e indefinita: i tutori iniziano a spiegare loro la vera natura della loro esistenza da quando sono dei bambini, ma credo che fino a una certa età essi non si rendano conto pienamente di ciò che sono, per quale scopo sono stati creati e a cosa sono destinati.
Pur non avendo mai vissuto nel mondo “reale”, i ragazzi ne hanno conoscenza attraverso i libri e i media: sanno cos’è la normalità, come vivono le persone fuori da Hailsham.
La cosa forse più triste è che essi in fondo vorrebbero poter scegliere cosa fare in futuro, come vivere la propria vita, ma la consapevolezza di avere la strada già segnata li porta a reprimere in partenza qualunque sogno e speranza, qualunque prospettiva di qualcosa di migliore.
C’è una frase in particolare che mi è rimasta impressa:

“Stavamo leggendo una poesia, ma per qualche motivo l’interesse si era spostato sui soldati che erano stati fatti prigionieri durante la seconda guerra mondiale. Uno dei ragazzi aveva chiesto se la recinzione intorno ai campi fosse percorsa da una scarica elettrica, e qualcun altro aveva osservato che doveva essere ben strano vivere in un posto come quello, dove ci si poteva suicidare in qualunque momento solo sfiorando una rete”.

In questa frase ho colto un vago parallelismo tra la condizione dei prigionieri dei campi di concentramento e quella dei cloni. Niente più speranza, niente futuro: che senso ha allora impegnarsi nella cultura, nell’educazione, che senso ha impegnarsi a vivere se non ci sono né aspirazioni né obiettivi da raggiungere e se tutto è già stato stabilito, se i cloni non sono padroni neanche delle loro vite?
La generale atmosfera di rassegnazione è ciò che mi ha colpito di più. I cloni non sembrano avere alcuna intenzione di opporsi al loro destino: l’unica piccola scintilla di speranza è la voce che circola sui “rinvii”, ma una volta che si rivela infondata non ci sarà più alcuna via d’uscita alla loro situazione.
Ma la cosa davvero inquietante è che tutto viene permesso nell’indifferenza quasi generale, a parte qualche battaglia che è stata fatta in passato ma che non ha avuto alcun risultato.
Ho sentito un po’ la mancanza della voglia di un cambiamento da parte dei cloni, della ribellione, delle lotte per la libertà che ho riscontrato in altri distopici, ma credo che se ci fosse stata sarebbe venuta a mancare quell’atmosfera di agrodolce malinconia che si è venuta a creare nella parte finale del libro.

“Mentre ti osservavo ballare quel giorno, ho visto qualcos’altro. Ho visto un nuovo mondo che si avvicinava a grandi passi. Più scientifico, più efficiente, certo. Più cure per le vecchie malattie. Splendido. E tuttavia un mondo duro, crudele. Ho visto una ragazzina, con gli occhi chiusi, stringere al petto il vecchio mondo gentile, quello che nel suo cuore sapeva non sarebbe durato per sempre, e lei lo teneva fra le braccia e implorava, che non la abbandonasse. Ecco ciò che ho visto. Non eri veramente tu, non era quello che stavi facendo, lo so. Ma ti ho vista e ho sentito il cuore spezzarsi. E non l’ho mai dimenticato”.

E’ come se Ishiguro avesse voluto dimostrare che anche se il destino dei cloni fosse già segnato, essi hanno comunque avuto la possibilità di vivere una parte della loro vita se non propriamente in modo felice, almeno in modo sereno, e che alla fine hanno persino collezionato molti bei ricordi che porteranno con loro fino alla fine.
La caratterizzazione dei personaggi mi ha colpito molto. Tommy è un personaggio eccezionale, dal cuore grande ma indifeso rispetto a tutto ciò che gli accade intorno. Ruth è stata odiosa per la maggior parte del libro. Ancora non credo di capire appieno la sua incostanza, la sua cattiveria, la sua voglia di prevalere sugli altri. È terrificante, e non ho mai capito l’affetto disinteressato e la lealtà che Kathy nutre nei suoi confronti. Non so se il gesto che compie alla fine per ottenere il perdono di Kathy serva in qualche modo a compensare tutto ciò che ha fatto in passato, perché ha rubato a Kathy e a Tommy l’unica cosa che essi, ma anche gli umani, non potranno mai riavere indietro: il tempo.

“Così quella sensazione mi afferrò di nuovo, sebbene cercassi di allontanarla: la sensazione che fosse ormai troppo tardi; che c’era stato un tempo in cui tutto avrebbe avuto un senso, ma che avevamo perso l’occasione, e che ci fosse qualcosa di ridicolo, di riprovevole addirittura, nel modo in cui stavamo pensando e pianificando il futuro.”

L’unico personaggio sul quale non ho un’opinione è proprio Kathy: ha passato tutta la sua adolescenza a fare ciò che volevano gli altri, si è fatta schiacciare dalle decisioni altrui e ha dimostrato di avere poco carattere. A parte rari momenti, mi ha lasciata piuttosto indifferente.

Un bel libro, anche se terribilmente amaro e malinconico.

Emerald Gloom: parola all’autrice

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Direi di partire dal titolo: perché Emerald Gloom.

Tradotto letteralmente significa “tenebra color smeraldo”.
Il titolo è rimasto in inglese perché nella mia testa è nato così, perché fondamentalmente suonava meglio, ma soprattutto perché, oltre al suo significato letterale, “Emerald Gloom” è anche il nome della band di cui fa parte il protagonista, un nome che ha dietro una storia che racchiude in sé l’intero significato del libro.
E sì, se non lo avete notato dalla copertina, vi confermo che la musica ha un ruolo centrale all’interno dell’opera, soprattutto la musica di genere grunge e rock.
Io non sono una musicista (ci ho provato e il massimo che sono riuscita a mettere insieme con la chitarra sono sì e no cinque accordi), ma amo profondamente la musica.
Poco prima di iniziare a scrivere questo libro, quando ancora stavo mettendo insieme le idee, facendo un giro su YouTube mi sono imbattuta per caso, per la prima volta, in Smells Like Teen Spirit dei Nirvana. Quella canzone, lo giuro, mi ha ipnotizzata, e mentre la ascoltavo ho pensato qualcosa come: “Dio mio, ho appena trovato la colonna sonora della mia vita”.
Da quel momento tra me e il grunge è stato amore, amore che in parte ho riversato in questo libro.
Dunque Aaron Clark, il mio protagonista, è un musicista, è un amante della musica grunge e il suo idolo è Kurt Cobain.
E qui comincia la storia vera e propria.
Il libro inizia nel momento in cui Aaron si risveglia in ospedale dopo due mesi passati in coma a causa di un incidente: è stato infatti investito da un’auto e il conducente è fuggito senza prestargli soccorso.
Per merito di una sfacciata fortuna, Aaron se la cava (relativamente) con poco e una volta sveglio la guarigione è più rapida del previsto. Però c’è un però, anzi due.
Primo: la notte dopo il risveglio dal coma, Aaron rivive in sogno il momento dell’incidente, ma invece di essere investito viene scansato dalla traiettoria dell’auto da una ragazza che non ha mai visto prima, e da quel momento i sogni continuano di notte in notte seguendo un proprio corso temporale, come una sorta di vita parallela incredibilmente simile alla sua vita reale.
Secondo: come ho scritto nella descrizione, persino peggio dei sogni c’è il fatto che Aaron non riesce più a comporre musica. La musica è l’unica cosa che ha permesso ad Aaron di trovare il suo posto nel mondo, è ciò che lo ha salvato nel periodo più buio della sua vita, perciò è disposto a tutto per riprendersela, persino a scavare nelle profondità della sua anima e a tirarne fuori tutti i sentimenti che vi ha represso per anni.
Emerald Gloom è un’opera che si sviluppa su diversi livelli.
La trama ruota intorno allo sdoppiamento tra l’esistenza reale e quella onirica di Aaron, ma il romanzo è soprattutto un viaggio nell’animo del protagonista, alla scoperta dei suoi pensieri più reconditi, dei suoi desideri e del suo lato più oscuro.
Aaron è un personaggio indubbiamente controverso: riflessivo, chiuso in sé stesso, sfiduciato verso il genere umano, il classico sognatore in lotta con il mondo. Per molti versi è instabile, incapace di apprezzare la vita anche se non ha rinunciato del tutto a cercarne la bellezza, spesso anche incapace di relazionarsi con le persone che ama.
L’incidente e il risveglio dal coma, ma soprattutto la comparsa di Florence, la misteriosa ragazza del sogno, innescano un vero e proprio processo di evoluzione del personaggio, ma lascio scoprire a voi in che modo si concluderà, altrimenti finisce che il libro non lo leggete più.
A chi consiglio Emerald Gloom?
Agli amanti delle storie fuori dagli schemi, ai lettori che non si fermano a una lettura superficiale, agli adulti che un po’ continuano a sentirsi come Holden Caulfield, a chi sa apprezzare tutte le sfumature delle emozioni umane, anche quelle negative.
E se siete amanti della musica grunge, avete anche un surplus.

“C’era un istante in particolare, quello in cui salivi sul palco e i riflettori ti abbagliavano, e la folla intorno a te gridava in modo assordante e ti girava la testa nel tentativo di abbracciarla tutta con lo sguardo, ecco, quell’istante era pura magia: il cuore batteva così forte da oscurare qualunque altro rumore e potevi sentirne il rimbombo chiaro e forte nelle orecchie, la batteria che scandiva il ritmo della tua anima. E mentre la vista si offuscava e i suoni si affievolivano, nel momento in cui iniziavi a suonare, ti sembrava di essere l’essere vivente in assoluto più vicino al paradiso. I Led Zeppelin lo avevano capito: la vera Scala per il Cielo era la musica.”

 

La bellezza delle cose fragili, Taiye Selasi

Kweku Sai è morto all’alba, davanti al mare della sua casa in Ghana. Quella casa l’aveva disegnat24486221a lui stesso su un tovagliolino di carta, tanti anni prima. Una casa che fosse contenuta in una casa più grande – il Ghana, da cui era fuggito giovanissimo – e che, a sua volta, contenesse una casa più piccola, la sua famiglia. Ma quella mattina Kweku è lontano dai suoi quattro figli e dalla moglie Fola. Tra loro, adesso, ci sono «chilometri, oceani, fusi orari (e altri tipi di distanze più difficili da coprire, come il cuore spezzato, la rabbia, il dolore calcificato e domande che per troppo tempo nessuno ha fatto)». Perché il chirurgo più geniale di Boston, il ragazzo prodigio che da un villaggio africano era riuscito a scalare le più importanti università statunitensi, il padre premuroso e venerato, il marito fedele e innamorato, oggi muore lontano dalla sua famiglia? Un affresco potente e vertiginoso del mondo globalizzato in cui viviamo, il romanzo di una famiglia contemporanea, divisa tra rancori e speranze, convinta che l’unico modo per andare avanti sia quello di non guardarsi mai alle spalle.

La mia recensione:

“Pensa – e una fitta gli afferra il petto – che a volte il mondo è troppo bello. Che non ha peso, il mondo – la rugiada sull’erba, la luce sulla rugiada, la sfumatura di quella luce -, ed è un’idea difficile da accettare, per un medico come lui, consapevole che queste cose quasi mai vivono più di una notte – accettare che queste cose esistano nel mondo ma non per il mondo, non a lungo, almeno.”

Ho impiegato una vita a leggere questo libro. Poche pagine alla volta ogni giorno, un po’ per mancanza di tempo e un po’ perché non è un libro molto scorrevole, ma uno di quelli da leggere con attenzione, forse anche da assaporare lentamente, come ho fatto io.
Protagonista una famiglia di origini africane, composta da sei elementi: Kweku, il Padre, il brillante ragazzo che da un piccolo villaggio ghanese è arrivato negli States e si è fatto strada fino a diventare un chirurgo eccezionale;Fola, la Madre, la principessa con il sogno di diventare avvocato, sogno abbandonato per formare una famiglia insieme a Kweku; poi c’è Olu, il Figlio Maggiore, che segue le orme del padre e diventa medico; i Gemelli,Kehinde e Taiwo, maschio e femmina, straordinariamente belli ma irrequieti e sofferenti; infine Sadie, la piccola, instabile, Sadie, il piccolo miracolo.
Una famiglia di successo, impegnata ad avere successo, a guadagnarsi il proprio posto in America, a diventare americani.
E ci riescono, fino a un certo punto, fino a quando tutto non crolla e la famiglia inizia a disgregarsi e a prendere strade diverse.
Prima Kweku, incapace di ammettere davanti alla moglie il suo fallimento, poi Olu, che si rintana nel lavoro e si crea una barriera di freddezza, poi i gemelli, che dopo un litigio nato da un’incomprensione (e da molte cose non dette del passato, da orrori che nessuno dei due ha voglia di ricordare) non parlano per due anni, poi Sadie e i suoi complessi e il suo bisogno di affetto, che la portano ad allontanarsi dall’adorata madre, infine Fola, che ritorna in Ghana, alle origini.
Vite separate, per anni, il non sentirsi più nemmeno una famiglia.
Il perdersi, poi all’improvviso il ritrovarsi, nel più tragico degli eventi: la morte di Kweku, il padre che con il suo abbandono aveva dato inizio alla distruzione della loro famiglia e che i figli e la moglie non vogliono neanche nominare.
La morte di Kweku, come una forza centrifuga che li spinge tutti verso un unico punto, porta tutta la famiglia a riunirsi in Ghana, quel Ghana per loro sconosciuto e nel quale tuttavia risiede la loro storia.
Storie di solitudini e di sofferenze diverse, che si incontrano, si scontrano e si ricompongono.
Un libro potente, e allo stesso tempo delicato, fragile.

“Adesso fissa le cose che brillano, catturato da tanta bellezza, e sa quello che già sapeva tanti inverni fa: quando ci si trova davanti a qualcosa di fragile e perfetto in un mondo che è brutto, terribile e crudele, conviene non dare nomi. Meglio fingere che la cosa non esista.
E una seconda fitta ora, perché la perfezione esiste, si ostina a esistere nelle cose piú vulnerabili, incurante del fatto che Kweku si rifiuti – un rifiuto ammirevole per la logica che lo motiva – di accoglierla nel suo cuore e nella sua mente. Perché la logica inclemente, la disgrazia di chi è dotato di lucidità, gira e rigira, lo spingono sempre a sbattere la testa contro lo stesso muro: (a) la futilità della visione, a fronte della fatalità della bellezza, soprattutto della bellezza insita nelle cose fragili e in un posto come quello, dove una madre ancora sporca di sangue è costretta a seppellire il figlio appena nato, sciacquarsi con un tubo di gomma per poi tornare a casa a schiacciare patate dolci; (b) la persistenza della bellezza, proprio nelle cose piú fragili: una goccia di rugiada all’alba, una cosa destinata a finire nel giro di qualche istante, in un giardino, in Ghana, il Ghana, terra rigogliosa, morbida, verde, dove le cose fragili muoiono.”

Il Cardellino, Donna Tartt

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Descrizione: Theo Decker sopravvive, appena tredicenne, all’attentato terroristico che in un istante manda in pezzi la sua vita. Solo, a New York, viene accolto dalla ricca famiglia di un compagno di scuola. Ma nella nuova casa di Park Avenue si sente a disagio, e la nostalgia per la madre lo tormenta. L’unica cosa che riesce a consolarlo è un piccolo quadro dal fascino singolare. Da lì, il suo futuro diventa una rocambolesca girandola di salotti chic, amori e criminalità, in balìa di una pulsione autodistruttiva impossibile da controllare.

La mia recensione:

Inizio col dire che questo libro mi ha lasciato una sensazione sia di vuoto che di appagamento, il che mi succede raramente, solo con libri che lasciano un segno profondo. Forse un po’ è anche merito della mole del libro (esagerata per molti, ma non per me), perché essere immersi per così tante pagine in una storia ti fa inevitabilmente affezionare a personaggi, luoghi e persino oggetti.

Ma andiamo per ordine, perché sto già iniziando a divagare e vorrei scrivere qualcosa di almeno vagamente sensato.
Perché questo libro mi è piaciuto tanto: perché se mescoli una storia interessante (nel senso più puro della parola) a uno stile narrativo impeccabile quello che ne esce fuori è per forza un capolavoro.
Avevo già avuto modo di constatare l’abilità della Tartt con Dio di Illusioni, e questo libro non fa che darmene un’ulteriore conferma: la cosa che più mi piace è il suo modo di esplorare gli animi dei personaggi, sviscerandone tutte le sfaccettature caratteriali e portando alla luce gli aspetti migliori e peggiori; mi piace che nelle sue storie non ci sia mai completamente buio o luce, ma sempre una combinazione delle due; infine mi piace il suo modo di scrivere, ricco e al contempo scorrevole, mai piatto o banale, una vera gioia per gli occhi.

Il Cardellino racconta la vita di Theo Decker dai suoi quattordici anni fino all’età adulta. [La storia inizia nel momento che segna inequivocabilmente l’esistenza di Theo: l’attentato al museo. La madre di Theo (unico suo punto di riferimento poiché il padre li ha abbandonati) muore, mentre lui sopravvive. Nella stessa circostanza, nel tentativo di portarlo via dall’inferno, di “salvarlo”, Theo entra in possesso di un famoso quadro esposto al museo: Il Cardellino, opera del pittore olandese Carel Fabritius.
Da questo momento in poi la vita di Theo è segnata dalla solitudine, una solitudine e un senso di estraneità costanti che segneranno definitivamente il suo carattere.
Theo vivrà per un breve periodo dai Barbour, prestigiosa famiglia del suo amico d’infanzia Andy, ma proprio quando inizia ad abituarsi a quel posto, il padre torna a prenderlo e lo porta a Las Vegas con sé e la sua compagna Xandra.

Il padre di Theo è ben lontano dall’essere un bravo genitore: è un giocatore d’azzardo, è dipendente da tranquillanti e calmanti, è incostante e non dimostra alcun segno di affetto verso il figlio. Né lui né Xandra si preoccupano di Theo, che vive solo in una casa vuota per gran parte del tempo e abbandonato a sé stesso, almeno fino all’incontro con Boris.

Theo a un certo punto dice: “Prima di Boris avevo sopportato la solitudine in modo abbastanza stoico, senza rendermi conto di quando fosse assoluta. E credo che se uno solo di noi due avesse avuto una famiglia quasi normale [..] non saremmo diventati così inseparabili”.

E in effetti Theo e Boris sviluppano una sorta di legame simbiotico che permette loro di sopravvivere in un modo o nell’altro, tra furti, droghe e quotidiane sbronze, una tendenza agli eccessi che entrambi si porteranno dietro negli anni.
Indubbiamente, Boris è l’altro grande protagonista della storia. Per molti versi sembra il negativo fotografico di Theo: sebbene siano molto simili, Boris ha un atteggiamento opposto rispetto alla vita. Theo si preoccupa di nascondere chi è davvero, cerca di conformarsi e di avere un’esistenza “normale” (lavoro onesto, relazione stabile, ecc) quando in realtà si sente soffocare dalla sua stessa esistenza, mentre Boris è noncurante, vive come vuole, senza curarsi troppo della moralità delle sue azioni, è uno che ama la vita e a cui piace godersela.
Dopo la morte del padre, Theo scappa da Las Vegas per tornare a New York, ma poiché non ha un posto dove andare cerca rifugio dall’unica persona di cui si fida: Hobart, il vecchio antiquario conosciuto anni prima in una circostanza sempre legata all’attentato del museo. Hobie accoglie Theo a casa sua e gli permette di vivere lì, e Theo si appassionerà al suo mestiere, l’antiquariato, e lo aiuterà a mettere in sesto il vecchio negozio. Negli anni Theo è diventato una persona rispettabile, ma è ancora dipendente dalle droghe, che gli rendono più sopportabile l’esistenza e lo aiutano ad andare avanti. Il quadro è sempre con lui, nascosto in un posto sicuro: nonostante gli procuri un sacco di apprensioni, per Theo rappresenta quasi un’ancora di salvezza, una certezza, una luce in una vita di oscurità. Ma Boris ricompare all’improvviso diversi anni dopo e Theo scopre solo allora che il suo amato quadro in realtà è stato rubato ed è in giro per l’Europa.
L’ultima parte della storia consiste in un travagliato e avventuroso viaggio ad Amsterdam insieme a Boris per tentare di ritrovare il quadro, e in qualche modo riescono a portare a termine la missione con successo.

Il Cardellino è una storia di una bellezza terribile, con una sorta di fascino quasi oscuro.
E’ una storia di solitudine e di profonda sofferenza, a tratti è un volo in caduta libera verso il baratro, dove gli appigli a cui aggrapparsi, sebbene ci siano, sono davvero pochi.
Bellissima la varietà di personaggi. Theo: autodistruttivo, negativo ma al contempo molto complesso, è un protagonista che mi è piaciuto moltissimo. Non chiedetemi perché, ma ho adorato Boris.
Due parole sul quadro “Il cardellino”: non sapevo neanche della sua esistenza prima di leggere il libro, ma sono contenta di averlo conosciuto così approfonditamente, nei minimi dettagli. Non capisco molto di arte, quasi niente ad essere sincera, ma quest’opera è davvero singolare. In questi giorni mi è capitato di guardarla spesso e trovo sia un’immagine che riflette alla perfezione il libro: solitudine, prigionia, tristezza, maestosità. Incredibile, la forza comunicativa dell’arte.

Credo che Il Cardellino non sia una lettura che fa per tutti o che tutti riescono ad apprezzare, ma se vi sentite pronti ad affrontarla vi assicuro che ne vale davvero la pena.

Dopo questo lungo sproloquio, vi lascio con una citazione che è diventata uno dei miei passi preferiti in assoluto della letteratura, tanto che molto spesso apro il libro soltanto per andarla a rileggere (tanto che ricordo a memoria persino il numero di pagina dove trovarla):

“Il cuore non si sceglie. Non possiamo obbligarci a desiderare ciò che è bene per noi o per gli altri. Non siamo noi a determinare il tipo di persone che siamo. Come fai a sapere cosa è giusto per te? Ogni psicologo, ogni consulente del lavoro, ogni principessa Disney conosce la risposta: “Su te stesso”. “Segui il tuo cuore”. Ma ecco ciò che vorrei davvero che qualcuno mi spiegasse.  Cosa succede se ti ritrovi con un cuore inaffidabile? Se questo cuore, per ragioni imperscrutabili, ti porta ostinatamente, avvolto in una nube di indicibile fulgore, lontano da tutto ciò che è sano, dal conforto dei piaceri domestici, dal senso civico e dai legami sociali e da tutte quelle che vengono comunemente considerate virtù per trascinarti invece verso uno stupendo falò di rovina, immolazione e disastro? Se il tuo io più profondo ti conduce cantando dritto verso il fuoco, devi voltargli le spalle? Tapparti le orecchie con la cera? Ignorare il perverso splendore che il cuore ti grida contro? Metterti sulla strada che ti porterà alla normalità, orari ragionevoli e regolari controlli medici, relazioni stabili e promozioni sicure, il “New York Times” e il brunch della domenica, il tutto con la promessa di diventare una persona migliore? O è meglio tuffarsi di testa e con una risata nel sacro fuoco che chiama il tuo nome?”