Il Gattopardo, Tomasi di Lampedusa

18870071

“Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra.”

Ben ritrovati lettori!
Finalmente oggi, dopo tanto tempo, riesco a proporvi una nuova recensione letteraria!
Questo 2017, con la scandalosa media di soli 5 libri letti in otto mesi, si sta decretando il mio anno nero per quanto riguarda la lettura, ma per fortuna ogni tanto capita di trovare dei libri che ne valgono dieci.

Questo è sicuramente il caso de Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, splendida perla della letteratura italiana ambientato in Sicilia nella seconda metà dell’Ottocento. L’intera vicenda narrata si svolge in uno dei periodi più significativi per la storia della nostra nazione, ovvero l’anno dello sbarco dei Mille di Garibaldi e il successivo declino del regno borbonico, sacrificato sull’altare del Regno d’Italia e dell’unità (almeno sulla carta) del paese.

Il romanzo ruota intorno alla famiglia Salina, una delle più nobili e antiche casate dell’aristocrazia siciliana.
I Salina rappresentano l’emblema della tradizione e dei valori antichi, di quella ricchezza spirituale prima che materiale, di un’intera classe sociale destinata ad essere gradualmente rimpiazzata dalla borghesia e dal suo sistema improntato unicamente alla praticità e alla “monetizzazione”.
L’ascesa della borghesia a discapito dell’aristocrazia è un processo che avviene in maniera naturale, un semplice adattamento al cambiamento dei tempi: la mentalità borghese è più efficiente e più utile per la costruzione della nuova Italia rispetto alla vecchia aristocrazia, rigidamente attaccata al proprio passato e a un sistema di valori che presto sarebbero stati considerati superflui.

Assoluto protagonista del romanzo è il Principe Fabrizio di Salina, un personaggio che io ho trovato assolutamente straordinario.
Il Principe è un uomo raffinato, colto, sensibile e profondamente intelligente, tanto che riesce ad analizzare lucidamente e con assoluta razionalità ogni cambiamento che avviene a livello politico e a prevedere le conseguenze che esso implica per la sua famiglia, il suo ceto e la sua Sicilia.
Ciò che mi ha colpito molto di Fabrizio è la sua disillusione, il suo essere privo di quell’aura di intoccabilità che a volte hanno gli uomini ricchi e potenti: egli è consapevole che il tramonto dell’era borbonica è vicino e che esso segnerà anche la fine del fasto della famiglia Salina, e infatti egli stesso si considera “l’ultimo gattopardo” (storico simbolo dei Salina).

Calogero Sedara rappresenta invece l’altra faccia della medaglia del cambiamento dei tempi: egli è il classico esempio del parvenu, del borghese senza scrupoli che grazie alla sua praticità e alla sua scaltrezza è riuscito a costruire una fortuna e a scalare la piramide sociale, arrivando finanche a ricoprire la carica di sindaco (figura, questa, introdotta dal nuovo regime italico) di Donnafugata, uno dei maggiori feudi della famiglia Salina.
Sedara è un uomo che, per dirla con parole di Wilde, sa il prezzo di ogni cosa ma non ne conosce il valore. E’ grezzo, poco elegante e senza il minimo gusto per la bellezza e per l’arte, eppure persino Fabrizio riconosce che la sua abilità nel fare affari e la sua ottimale gestione del denaro rappresentano un pregio che nella società moderna risulta di fondamentale importanza.

Il matrimonio tra Angelica, bellissima e ambiziosa figlia di Don Calogero, e Tancredi Falconeri, nipote di Fabrizio, giovane intraprendente e affascinante appartenente a una nobile famiglia ma privo di patrimonio proprio, segna l’anello di congiunzione tra il passato e il presente e la nascita di una nuova società che presenterà elementi comuni all’uno e all’altro.

Credo sia impossibile non apprezzare Il Gattopardo.
Io ne sono rimasta profondamente affascinata, innanzitutto per via dello stile di scrittura di Tomasi di Lampedusa, uno dei migliori che abbia mai riscontrato, elegante e ricercato senza tuttavia risultare mai pesante, e poi perché è un libro ricco di spunti di riflessione e di introspezione, ai quali dà voce il personaggio di Fabrizio Salina, che ho amato molto.
L’atmosfera decadente del romanzo trasmette al lettore quella sensazione dolceamara di malinconia che lasciano sempre le cose belle quando arrivano alla fine, ma nonostante questo la lettura è molto piacevole e scorrevole.

Consigliato!

“In Sicilia non importa far male o far bene; il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di ‘farè. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori già complete e perfezionate, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui abbiamo dato il ‘la’; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei, Chevalley, e quanto la regina d’Inghilterra; eppure da duemila cinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è in gran parte colpa nostra; ma siamo stanchi e svuotati lo stesso.”
[…] Lei mi parlava poco fa di una giovane Sicilia che si affaccia alle meraviglie del mondo moderno; per conto mio mi sembra piuttosto una centenaria trascinata in carrozzella alla Esposizione Universale di Londra, che non comprende nulla, che s’impipa di tutto, delle acciaierie di Sheffield come delle filande di Manchester, e che agogna soltanto di ritrovare il proprio dormiveglia fra i suoi cuscini sbavati e il suo orinale sotto il letto.”

Annunci

Il Mondo Nuovo, Aldous Huxley

Ben ritrovati lettori!
Come state? Vi state acclimatando alla nuova stagione?

E’ passato un po’ di tempo dalla mia ultima recensione libresca. Vuoi perché, causa impegni, il mio ritmo di lettura è ridotto al minimo sindacale, vuoi perché il libro che ho appena terminato era abbastanza tosto e ho preferito prendermela con calma, fatto sta che nell’ultimo mese ho letto (ahimé) un solo libro, ovvero Il Mondo Nuovo – Ritorno al Mondo Nuovo di Aldous Huxley, e naturalmente ora ve ne parlerò un po’.

31568168

“Avete mangiato qualcosa che v’ha fatto male?” indagò Bernard.
Il Selvaggio fece cenno di sì. “Ho mangiato la civiltà.”

Premeditavo l’acquisto di questo libro da diverso tempo, e un mesetto fa, causa anche nuova veste grafica degli Oscar Moderni che stra-adoro, ho ceduto alla tentazione.

Dovete sapere innanzitutto che io nei distopici ci sguazzo. Amo il genere perché è uno di quelli che mi fornisce più spunti di riflessione in assoluto, che mi dà più modo di soffermarmi a pensare su alcune cose.

“1984” di Orwell è stato una pietra miliare della mia esperienza da lettrice, e Il Mondo Nuovo, anche se profondamente diverso per molti aspetti, per altri invece me lo ha ricordato molto: in entrambe le “favole” (come Huxley le definisce in Ritorno al mondo nuovo) la società è basata su un governo totalitario. Il potere è conferito nelle mani di pochi uomini, i quali hanno il compito di manovrare e controllare le masse della popolazione affinché seguano i modelli di comportamento imposti.

La differenza sostanziale tra i due romanzi sta negli strumenti di cui i governatori si avvalgono per assoggettare la popolazione.

La società del romanzo di Orwell era basata sul terrore, sulla paura, sulla violenza, sulla fomentazione dell’odio verso un imprecisato nemico esterno che impediva ai cittadini di “vedere” i problemi interni, sull’eliminazione fisica o l’annientamento mentale dei nemici dello Stato, sulla cancellazione della storia e della cultura (società, peraltro, chiaramente ispirata a quelle della Germania nazista e ancor di più all’Unione Sovietica di Stalin).

Il tipo di società del futuro immaginato da Huxley invece è indubbiamente più visionario, ma a conti fatti forse più verosimile di quella descritta dal suo contemporaneo.

Huxley ipotizza una società completamente razionalizzata, dove ogni aspetto della vita umana è controllato dalla scienza: gli uomini non si riproducono più in modo tradizionale, i bambini vengono al mondo in laboratorio e ancor prima della loro nascita le provette e i feti vengono modificati chimicamente affinché i futuri esseri umani abbiano o meno alcune caratteristiche. Così, sin dalla loro nascita, i bambini sono già predestinati a una certa classe sociale: alfa (geneticamente creati affinché siano intelligenti e di bell’aspetto), beta, gamma, delta, epsilon (coloro che stanno alla base della piramide sociale, appena poco più intelligenti di una scimmia).
I bambini vengono poi cresciuti in alcuni centri dove sin da subito vengono condizionati psicologicamente non solo ad accettare la propria condizione sociale, ma ad esserne felici.

“Questo è il segreto della felicità e della virtù: amare ciò che si deve amare”

Proprio la felicità è il presupposto sul quale si basa la società huxleyana: una società felice è più stabile, più controllabile e più efficiente di una società basata sulla paura e sulla coercizione.

Quando qualcuno è felice, ha abbondanza di svaghi e di distrazioni, non si pone domande; quando non ci sono guerre, fame, malattia e vecchiaia, non si ha alcun motivo per voler modificare la propria condizione e per uscire fuori dagli schemi preimpostati.

“Si continuava a parlare della verità e della bellezza come se fossero dei beni sovrani. Fino all’epoca della Guerra dei Nove Anni. Questa li obbligò a cambiare il loro tono, ve lo dico io. Qual è il senso della verità o della bellezza o del sapere quando le bombe ad antrace scoppiano intorno a voi? Fu allora che la scienza cominciò ad essere controllata, dopo la Guerra dei Nove Anni. La gente allora era disposta a lasciar controllare anche i suoi appetiti. Tutto, pur di vivere tranquilli.”

Ma una società fatta di persone felici non può permettersi sentimenti, perché i sentimenti provocano emozioni, le emozioni portano all’instabilità.

“Non c’era da stupirsi che quei poveri premoderni fossero pazzi e malvagi e miserabili. Il loro mondo non permetteva loro di prendere le cose per la via più semplice, non permetteva loro di essere sani di spirito, virtuosi, felici. E con le madri e gli amanti, le proibizioni alle quali non erano condizionati ad obbedire, con le tentazioni e i rimorsi solitari, con tutte le malattie e il dolore che li isolava senza fine, con le incertezze e la povertà, essi erano costretti a sentire fortemente. E sentendo fortemente (fortemente, oltre tutto, in solitudine, in un disperato isolamento individuale) come potevano essere stabili?”

In realtà, nel Mondo Nuovo scompare ogni forma di individualità e di pensiero indipendente: il singolo scompare a favore di una società in cui tutto viene condiviso, persino gli uomini e le donne, e dove non è concesso restare in solitudine, perché un individuo solo con se stesso potrebbe avere modo di pensare, di riflettere, e questo minerebbe la stabilità della società.

Ma cosa succederebbe se un selvaggio, cresciuto in una delle poche riserve del vecchio mondo ancora esistenti, venisse portato in questo mirabile Mondo Nuovo, nel quale tutto appare sfavillante e nuovo e attraente?
Succede che dopo non molto si renderebbe conto che questo mondo altro non è che un guscio vuoto, così come le persone che lo abitano: bellissime, giovani e felici, ma prive di sentimenti, di morale, dell’essenza stessa della vita.

“La felicità effettiva sembra sempre molto squallida in confronto ai grandi compensi che la miseria trova. E si capisce anche che la stabilità non è neppure emozionante come la instabilità. E l’essere contenti non ha nulla d’affascinante al paragone di una buona lotta contro la sfortuna, nulla del pittoresco d’una lotta contro la tentazione, o di una fatale sconfitta a causa della passione o del dubbio. La felicità non è mai grandiosa”

A distanza di settant’anni dalla pubblicazione del romanzo, devo dire che alcune delle “previsioni” di Huxley si rivelano piuttosto fondate: fecondazione in vitro, massiva assuefazione della popolazione ai mass-media, aumento del consumo di droghe, per fare qualche esempio. C’è una frase in particolare all’interno del libro che mi ha colpito molto:

“La mania, per esempio, di fare le cose in privato. Che equivale, in pratica, a non far nulla.”

Ecco, quando ho letto questo passaggio non ho potuto fare a meno di pensare ai social network e alla nuova mania di condividere ogni cosa, ogni momento privato delle proprie vite, perché “se nessuno lo sa, è come se non succedesse”.
Forse Huxley ci aveva davvero visto lungo, e la sua favola si sta lentamente trasformando in realtà. Chissà.

La lettura è un po’ monocorde e non ha molti punti salienti, ma il libro è ricco di spunti interessanti e si legge gradevolmente, io l’ho apprezzato molto e ne consiglio la lettura.
Altrettanto interessante (forse quasi di più) è il saggio Ritorno al Mondo Nuovo nel quale Huxley spiega le idee e i presupposti sui quali ha basato la società del suo romanzo.

Buona lettura!

img_20161005_160138

Il velo dipinto, William Somerset Maugham

d738e5875b6bd03d6609dbd85e2b3413_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy«È una situazione fra le più classiche. Lei decide di tradire il marito con un uomo che giudica affascinante. La tresca funziona fino al giorno in cui i due clandestini hanno la sensazione che il marito tradito abbia scoperto tutto. È un guaio. Anche perché, messa alle strette, l’adultera confessa. Che fare? Si dovrà procedere alla separazione e al divorzio. Sconvolta e piangente, lei si reca dall’amante. Gli dice d’aver confessato: vuole separarsi e andare a vivere con lui. Grande è la sorpresa, a quel punto. Infatti, l’amante non ha intenzione di lasciare la moglie e mettersi con lei. Pensiamo tutto questo ambientato nella colonia inglese di Hong Kong alla metà degli anni Venti e affidato alla penna superprofessionale di W. Somerset Maugham. Sarebbe uno dei suoi romanzi caustici, mondani, un po’ cattivi. Ma Maugham, influenzato dalla lettura dell’episodio dantesco di Pia de’ Tolomei, pensa di aggiungervi qualcosa in più».

La mia recensione

“Ho idea che la sola cosa che ci permette di guardare senza disgusto il mondo in cui viviamo sia la bellezza che gli uomini di tanto in tanto creano dal caos. I quadri che dipingono, la musica che compongono, i libri che scrivono, la vita che vivono”.

Lo voglio descrivere in una parola, e userò la più banale del mondo, ma non posso non definire questo romanzo bello. Bello nell’accezione più pura e semplice del termine, ovvero una bella storia scritta in modo sublime.
E immagino che Maugham dovesse avere un eccelso gusto del bello per creare tale perla.
Non ho comprato questo libro né per la sua trama, né per la sua copertina. L’ho comprato per il suo titolo, misterioso e intrigante, o piuttosto per una sorta di fascino inspiegabile che questo libro senza alcun motivo ha esercitato su di me sin da quando l’ho scoperto.
Ho uno strano modo di scegliere i libri, lo so, mi baso sul semplice istinto.

Sapete da dove Maugham ha preso ispirazione per il suo titolo? Da una poesia di Percy Shelley, uno dei più grandi poeti romantici.

Non sollevare quel velo dipinto, che i viventi
chiamano Vita: per quanto forme irreali vi siano
rappresentate, e tutto quello che vorremmo credere
vi sia imitato a colori capricciosamente,
dietro stanno in agguato Paura e Speranza,
destini gemelli, che tessono l’ombre in eterno
sopra l’abisso cieco e desolato. Un tempo
conobbi un uomo che aveva provato
a sollevarlo: cercava
con il suo cuore tenero e sperduto
cose da amare, ma ahimè non ne trovò,
né trovò nulla di ciò che il mondo tiene
cui poter dare la propria approvazione.
Passò in mezzo alla folla distratta, splendore
in mezzo all’ombre, una macchia di luce
su questa lugubre scena, uno spirito in lotta
per giungere a cogliere il Vero,
ma come accadde anche al Predicatore non poté trovarlo

Trovo che la scelta del titolo rappresenti molto bene il romanzo, che sotto una storia apparentemente banale nasconde un significato profondo.

La protagonista è Kitty, una giovane donna londinese sulla quale la madre ripone tutte le speranze di un buon matrimonio per migliorare la posizione sociale della famiglia.
Kitty è frivola, sciocca e superficiale, è bella e consapevole della propria bellezza e al suo ingresso in società si ritrova a far fronte a decine di proposte di matrimonio, nessuna delle quali però sembra essere soddisfacente.
Ritrovatasi a 25 anni ancora nubile, mentre la sorella diciottenne è fidanzata e prossima alle nozze, Kitty finisce per sposare Walter Fane, un batteriologo trasferitosi nella colonia inglese di Hong Kong.
Walter è innamoratissimo di Kitty, lei invece non prova affetto per il marito, anzi lo trova noioso, disprezza il suo amore e la sua cieca lealtà verso di lei e dopo neanche un anno di matrimonio inizia una relazione con Charles Townsend, vicesegretario della colonia, che agli occhi innamorati di Kitty sembra avere tutte le qualità del mondo e risulta l’esatto opposto di suo marito.
Walter però scopre il tradimento, ma invece di infuriarsi e cacciare subito la moglie di casa, le propone un patto: se Townsend sarà disposto a divorziare da sua moglie a sposare subito Kitty, lui le concederà subito il divorzio, altrimenti Walter sarà disposto a tenerla con sé soltanto se lei accetterà di seguirlo a Mei Tan Fu, un villaggio dell’entroterra devastato da una terribile epidemia di colera.
Kitty ha tanta fiducia in Townsend che non ha alcun dubbio che lui accetterà le condizioni imposte da suo marito, per questo rimane tanto sorpresa quando lui invece rifiuta e la abbandona al suo destino. Soltanto allora Kitty si rende conto che Charlie è un uomo egoista, vanesio e preoccupato soltanto della sua immagine e della sua carriera.

Kitty si vede così costretta ad accettare di seguire il marito, anche se lei sa che quel viaggio è solo una scusa per punirla del suo tradimento.
I primi tempi a Mei Tan Fu sono difficili per lei: tra la sofferenza per l’amante e la perdita del sostegno e dell’affetto del marito, ella si ritrova sola e spaventata in quel luogo afflitto da morte e sofferenza. Gli unici amici che ha sono un ufficiale inglese di nome Waddington e un gruppo di suore francesi che hanno consacrato la loro vita agli altri.
Pian piano, Kitty inizia ad avvertire un cambiamento avvenire in lei: inizia a rendersi conto di quanto siano frivole le sue pene e le sue preoccupazioni passate in confronto alla realtà che la circonda, inizia a pensare con disprezzo all’amante e inizia finanche a rendersi conto di quelle qualità e di quelle virtù del marito che lei aveva sempre ignorato. Nonostante abbia finito per provare per il marito rispetto e ammirazione, tuttavia, non arriverà mai ad amarlo.
In mezzo alla desolazione di quel villaggio, Kitty inizia il suo percorso di crescita e di miglioramento umano e spirituale, ispirata soprattutto dallo spirito di sacrificio delle suore.

Dopo qualche settimana, però, Walter si ammala e muore senza che lei sia riuscita ad ottenere il suo perdono,così Kitty è costretta a tornare a Hong Kong.
Arrivata lì, però, Kitty si accorge che le vecchie tentazioni tornano ben presto a tormentarla, così decide che la cosa migliore per lei e per il bambino che porta in grembo è lasciarsi alle spalle una volta per tutte da quella città e il suo passato e tornare a Londra, e da lì continuare il suo percorso per provare a diventare una persona migliore.

Ammetto di non aver provato molta simpatia per Kitty, ma ho ammirato la sua volontà di cambiamento, anche se non le ho perdonato il fatto di non aver potuto amare Walter semplicemente per ciò che era, anche se era così diverso da lei.
Walter, i suoi pensieri, le sue aspirazioni, restano un’incognita che l’autore non ha approfondito, lasciando questo personaggio nel mistero e tuttavia non potendo fare a meno di provare simpatia e tenerezza per lui.

Il velo dipinto è una storia brutalmente reale per alcuni aspetti, ma al tempo stesso velata di atmosfere oniriche.
Indubbiamente la parte più bella è quella ambientata a Mei Tan Fu: le descrizioni, le riflessioni di Kitty sulla vita e soprattutto le sue conversazioni con Waddington, personaggio ambiguo e intrigante che sembra sempre sapere più di ciò che dice.
Davvero molto toccante l’ultimo capitolo, quello del riavvicinamento di Kitty a suo padre. Sembra quasi che nella volontà di farsi amare dal padre, Kitty cerchi di espiare la colpa di aver perso quell’amore, puro e disinteressato, che un tempo Walter le aveva riservato.

Una lettura delicata e struggente, un libro bello.

 

Il vecchio e il mare, Ernest Hemingway


518hlt0etal-_sx322_bo1204203200_

Descrizione: Dopo ottantaquattro giorni durante i quali non è riuscito a pescare nulla, il vecchio Santiago vive, nel suo villaggio e nei confronti di sé stesso, la condizione di isolamento di chi è stato colpito da una maledizione. Solo la solidarietà del giovane Manolo e il mitico esempio di Joe Di Maggio, imbattibile giocatore di baseball, gli permetteranno di trovare la forza di riprendere il mare per una pesca che rinnova il suo apprendistato di pescatore e ne sigilla la simbolica iniziazione. Nella disperata caccia a un enorme pesce spada dei Caraibi, nella lotta, quasi letteralmente a mani nude, contro gli squali che un pezzo alla volta gli strappano la preda, lasciandogli solo il simbolo della vittoria e della maledizione sconfitta, Santiago stabilisce, forse per la prima volta, una vera fratellanza con le forze incontenibili della natura e, soprattutto, trova dentro di sé il segno e la presenza del proprio coraggio, la giustificazione di tutta una vita.

“L’uomo non è fatto per la sconfitta. Un uomo può essere distrutto ma non può essere sconfitto.”

Micro-recensione:

In sua discolpa posso dire che sapevo già che questo libro non faceva per me.
Li riconosco a pelle, i libri che non fanno per me, ma Il vecchio e il mare è una di quelle letture che vanno affrontate almeno una volta nella vita, anche solo per farsene un’idea e per non basarsi solo su quello che se ne è sentito dire.
Ora che l’ho letto e che quindi la mia coscienza è pulita, posso tranquillamente affermare che non mi è piaciuto.
La storia è piatta e monotona, la scrittura peggio.
Lungi da me mettere in discussione un premio Nobel, ma credo che lo stile di Hemingway sia di quelli che o proprio ti piace o proprio non lo tolleri, e io propendo per la seconda opzione.
Ammetto che nell’opera c’è una certa poeticità di fondo. C’è la solitudine del vecchio pescatore, che in mezzo al mare si sente meno solo pensando a tutte le creature che lo circondano. C’è quel suo compararsi al pesce, come se si sentisse simile a lui. C’è la sfida contro… contro cosa? Contro tutto e tutti, probabilmente. Contro la sorte, contro le circostanze, contro le proprie debolezze.
L’impresa di Santiago è un po’ una sfida al destino, ed egli si rende conto che era una cosa troppo grande per lui solo quando perde pezzo dopo pezzo tutto ciò per cui ha lottato, ritornando a casa fondamentalmente a mani vuote ma con la dignità riscattata (se reputarlo comunque un successo credo sia soggettivo, per me è una grande beffa del destino).
Lo trovo un libro molto triste, però non è riuscito a toccarmi.

Lo straniero, Albert Camus

23173984Descrizione: Pubblicato nel 1942, “Lo straniero”, un classico della letteratura contemporanea, sembra tradurre in immagini quel concetto dell’assurdo che Albert Camus andava allora delineando e che troverà teorizzazione nel coevo “Il mito di Sisifo”. Protagonista è Meursault, un modesto impiegato che vive ad Algeri in uno stato di indifferenza, di estraneità a se stesso e al mondo. Un giorno, dopo un litigio, inesplicabilmente Meursault uccide un arabo. Viene arrestato e si consegna, del tutto impassibile, alle inevitabili consegenze del fatto – il processo e la condanna a morte – senza cercare giustificazioni, difese o menzogne. Come Sisifo, Meursault è un eroe “assurdo”: la sua lucida coscienza del reale gli permette di giungere attraverso una logica esasperata alla verità di essere e sentire. “E’ una verità ancora negativa”, ebbe a scrivere Camus in una prefazione per un’edizione americana dello “Straniero”, “senza la quale però nessuna conquista di sé e del mondo sarà mai possibile”.

La mia recensione:

I miei pregiudizi su questo libro erano del tutto errati. Non so perché, ma ero convinta che si trattasse di uno di quei libri ricchi di paroloni e carenti di trama, che si leggono più per puro esercizio intellettuale che per diletto. In realtà, invece, è un’opera che si legge molto fluidamente: la storia in sé è piuttosto semplice, un pallido contorno di eventi in rapida successione che non trasmettono al lettore assolutamente nulla, ma che svolgono alla perfezione il compito di mettere in risalto la personalità del protagonista e il suo modo di rapportarsi alla vita.
Meursault è un personaggio incredibile, sul serio. La cosa più sconcertante è che la sua totale indifferenza verso tutto e tutti provoca nel lettore delle riflessioni profonde, perché paradossalmente l’indifferenza non lascia affatto indifferenti. L’indifferenza è sbagliata, perché essere indifferenti verso la propria vita (e verso la morte) significa toglierle importanza, sacralità, significa che la vita non ha poi molto senso.
Meursault, più che vivere, si lascia trascinare dalla vita, eppure questo non implica che egli non la ami, la sua vita.

“Allora mi ha chiesto se non mi interessava un cambiamento di vita. Ho risposto che non si cambia mai di vita, che del resto tutte le vite si equivalgono e che la mia, così com’era, non mi dispiaceva affatto.”

Mi è piaciuto molto il personaggio di Meursault. Non so come né esattamente quando, ma a un certo punto la sua indifferenza sembra essersi trasformata in coraggio, persino in dignità.
Mi è piaciuta molto anche l’opera nella sua interezza, indubbiamente un libro che lascia il segno. O forse è solo che mi sento un po’ “straniera” anche io.

La mia personale (e forse superficiale) morale della storia? Il fatto che la vita non abbia senso, in fondo non toglie nulla alla sua bellezza.